Omelia del Patriarca durante la S. Messa nella festa della Madonna dell’Angelo (Caorle, 11 luglio 2026)

S. Messa nella festa della Madonna dell’Angelo

 (Caorle, 11 luglio 2026)

Omelia del Patriarca di Venezia Francesco Moraglia

 

 

 

Gentili autorità, caro don Danilo e cari presbiteri, cari fratelli e sorelle,

la nostra amata Madonna dell’Angelo ci ha riuniti questa sera sul sagrato del rinnovato e bel santuario a Lei intitolato per l’avvio della festa annuale.

Siamo di fronte al mare ma oggi la liturgia ci prende per mano e ci conduce al cuore della nostra fede attraverso l’immagine profonda e, comunque, a noi molto familiare della buona terra.

Il Vangelo di questa domenica (Mt 13,1-23), infatti, ci propone una delle parabole più belle e significative di Gesù: la parabola del seminatore, che semina con gesto ampio e generoso. Dio è generoso nei nostri confronti e questa dovrebbe essere la premessa di ogni preghiera e riflessione su Dio.

Il seminatore è, in realtà, il Signore che esce nei campi e instancabilmente getta ovunque il seme della divina Parola. Ma noi? Questa è la domanda a cui dobbiamo rispondere: noi come rispondiamo alla generosità di Dio? Le nostre giornate – che poi sono la nostra vita – sono lì dinanzi a noi e ci dicono chi siamo. Quanto tempo, in una giornata, noi dedichiamo al buon Dio?

Il Vangelo ci ricorda che c’è, in particolare, un terreno buono che produce frutto al cento per cento e questo zolla feconda è capace di accogliere il seme della Parola di Dio – il Logos – con generosità totale, perché è pienamente penetrata dalla grazia di Dio.

Questa zolla di terra è l’Immacolata, la tutta pura, la piena di grazia, Colei in cui c’è solo il sì: è Maria di Nazareth, la tutta santa, la sempre vergine, la madre.

Maria a Nazareth ha risposto all’angelo, cioè a Dio, semplicemente acconsentendo con tutto il suo essere: un sì indiviso e per sempre.

Il suo sì si allarga, si espande, si pone pienamente all’interno del sì di Cristo ed è possibile proprio grazie a questo sì (di Cristo) che anticipa quella della Madre e sempre La sostiene.

Ed è proprio grazie al sì di Maria, detto nel sì di Cristo, che anche il nostro sì diventa possibile. La Chiesa è questo, è questa serie di sì: il sì di Cristo all’interno del quale c’è il sì di Maria e anche il nostro. Certo, il nostro sì è sempre fragile, incerto, faticoso, segnato dalla stanchezza e dalle difficoltà quotidiane.

Ma è proprio qui, a questo punto, che entra in gioco la bellezza della Chiesa, la famiglia di Dio che ci sostiene e ci insegna a pregare.

Ritorniamo allora a scoprire la bellezza e la gioia della preghiera del Rosario recitato alla sera, non come abitudine ma come momento in cui ci stringiamo insieme, gli uni agli altri, come figli intorno alla Madre Celeste per far sì che il seme della Parola, Gesù, trovi accoglienza anche nei nostri cuori.

In questa riflessione ci aiuta immensamente un santo, il grande santo dei giovani, attuale oggi come lo fu nella sua vita terrena. Sì, i santi, proprio perché tali, sono sempre attuali. Mi riferisco a san Giovanni Bosco che – nella Torino anticlericale e massonica del XIX secolo – parlava dei “tre bianchi amori”: l’Eucaristia, la Madonna, il Papa. Cosa c’è di più concreto? Se parlo dell’amore in modo teorico e astratto non amerò mai nessuno ma, se l’amore ha un volto (la mamma, i figli, gli amici…), allora l’amore diventa una cosa seria e concreta.

Può sembrare che queste tre devozioni procedano su binari fra loro separati ma, in realtà, sono strettamente intrecciate fra loro e nella Chiesa si richiamano l’un l’altra. E oggi, in queste giornate dedicate alla santissima Madre di Dio qui venerata come Madonna dell’Angelo, ritengo spiritualmente utile considerarle nella nostra vita spirituale e in quella della nostra comunità.

L’Eucaristia è il sacramento che fa e plasma la Chiesa e che dice la nostra piena comunione ecclesiale; l’Eucaristia è il nutrimento che ci costituisce in un solo corpo. Riscopriamola e riscopriamo il giorno del Signore, la domenica, che esiste anche da giugno a settembre!  Alla fine della nostra vita la cosa che ci amareggerà di più sarà proprio non aver saputo coglierne – nel tempo che ci era stato donato dal buon Dio – l’importanza e il senso dell’Eucaristia.

E poi ecco l’Immacolata, la Madre di Dio; è davvero la Madre che ci guida e custodisce. Come dicevo poco fa: ritorniamo a recitare il santo Rosario; recitiamolo tutto o in una sua parte – anche soltanto una decina –  nelle nostre case, alla fine della giornata, quando non riusciamo a venire a capo di qualche problema.

La casa costruisce l’ethos, il clima culturale, antropologico e spirituale. Noi pretendiamo di costruire un’etica obbligando a fare delle cose quando manca l’ethos, che è testimonianza di fede vissuta, prima di tutto (in una famiglia) da papà e mamma. Chi vuole distruggere tutto inizia a distruggere la famiglia: non è politica, è antropologia e, poi, è anche fede!

Il Rosario è la preghiera dei semplici, la preghiera degli umili, di coloro che faticano a pregare o che non sono capaci a pregare in altro modo ma, allo stesso tempo. Il Rosario è la preghiera più “teologica” che esista e ci fa rivivere tutto il Vangelo: i misteri della gioia, della luce, del dolore e della gloria che sono la contemplazione di Cristo nella storia e ritmano il Rosario. Ogni dieci Ave Maria ci fa ripetere la preghiera che Gesù ci ha insegnato, il Padre Nostro, e al termine di ogni decina c’è l’invocazione al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo, ossia la “dossologia”, la glorificazione fondamentale del cristiano. Il Rosario è la preghiera di cui il demonio ha più terrore, dopo l’Eucaristia.

Il terzo “bianco amore” è, infine il Papa; è il Vicario di Cristo, il segno visibile e il garante della comunione e dell’unità della Chiesa che ci deve essere sempre cara, come ci ricorda anche il triste fatto dei giorni scorsi (l’ordinazione di quattro vescovi scismatici).

Insieme, come diceva don Bosco, i tre “bianchi amori” ci dicono la cura che Dio ha nei confronti della Chiesa.

La Chiesa, attraverso l’Eucaristia, si fa – per ciascuno e per tutti – nutrimento fraterno ed amichevole. La Chiesa, ancora attraverso Maria, la Madre di Gesù e nostra, diventa casa di famiglia come lo fu a Nazaret, dove ciò che sembrava impossibile è divenuto una quotidiana realtà vissuta e si è manifestato come il concretissimo dono di Dio all’umanità.

Torniamo ad amare la Chiesa che non è un freddo edificio o una lontana istituzione, ma una famiglia reale e concretissima, una dimora accogliente dove si incontrano generazioni differenti riunite nell’unica fede e nell’unico amore. Sì, i nonni, i genitori, i bambini, i sani, i malati, i ricchi e chi conosce la fatica del vivere quotidiano – sì, tutti – ritrovano in questi tre amori – l’Eucaristia, Maria, il Papa – il punto di riferimento e la forza per una rinascita.

Come possiamo, infine, toccare concretamente tale fede che si fa vita, quotidianità, storia personale e comunitaria? Guardiamo alla nostra terra, alla bellissima tradizione marinara di Caorle e al Santuario della Madonna dell’Angelo.

Questa storica piccola – e, nello stesso tempo, “grande” – chiesa, che si affaccia sul mare Adriatico, ci ricorda come Maria entri a far parte della vita di un popolo e come Maria nutra, come madre, la fede di intere generazioni.

Pensiamo ai tanti pescatori di Caorle – quelli che non ci sono più, quelli di ieri, quelli di oggi e quelli di domani – che, uscendo in mare prima dell’alba per andare a lavorare e guadagnare col sudore della fronte il sostentamento per loro stessi e per le loro famiglie attraverso faticose giornate di lavoro, sono passati e passano di fronte al santuario della loro Madonnina o anche, incrociando al largo, compiono un gesto di fede e di devozione segnandosi o scoprendosi il capo.

Il segno di croce, il togliersi il cappello o anche un semplice sguardo rivolto alla chiesetta che quasi scompare incorniciata dalle case di Caorle – sì, questi gesti, semplici ma ricchi di fede e significativi – mettono nelle mani della Madre Celeste la propria vita, il duro lavoro di quella giornata, le preoccupazioni per il futuro ma anche tutte le gioie, le speranze, i progetti e gli affetti più cari, affidando a Lei, la Madonnina, ciò che hanno di più caro e prezioso al mondo.

Un’ultima considerazione, ma importante: il gesto che molti pescatori ancora compiono è lo stesso che compivano i loro padri e i loro nonni che, prima di loro, transitavano con le loro imbarcazioni dinanzi alla Madonnina. Gli uomini cambiano e le generazioni si succedono, ma la fede e la preghiera restano vive per accompagnare, raccomandare e raccontare i medesimi desideri, i progetti, le stesse ansie per sé e per i propri cari.

La Madonnina dell’Angelo diventa, in tal modo, il riferimento per le differenti generazioni di caorlotti; è il porto sicuro dove tutti depongono il proprio vissuto e dove si sente respirare l’anima di un popolo, nonostante il passare dei secoli. Qui c’è davvero un’unica grande famiglia, unita nella fede, che invoca Maria come la madre di tutti.

Fratelli e sorelle, ritornando al Vangelo, anche noi siamo chiamati ad essere quel terreno buono. Lasciamoci nutrire dall’Eucaristia, affidiamo ogni nostro giorno alla Madre di Gesù e sentiamoci uniti nella Chiesa. E così, quando la vita, inevitabilmente, si fa burrascosa, anche noi – come il pescatore – sappiamo volgere lo sguardo alla nostra Madonnina del mare.

Affidiamo a Lei i nostri desideri, i nostri timori, le nostre speranze, i nostri progetti e quelli delle persone a noi care e, magari, in difficoltà sul piano della fede, della comunione ecclesiale o della salute. Mettiamo tutto nelle sue mani benedette e premurose di Colei che è la nostra madre, certi che non solo ci ama e non ci lascerà soli ma ci guiderà con mano ferma e sollecita verso il porto sicuro che è suo Figlio, il Signore Gesù. Amen!

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