Omelia del Patriarca nella S. Messa per l’inaugurazione del restauro dell’Oratorio San Marco presso Villa Maria Ausiliatrice (San Vito di Cadore, 20 luglio 2026)

S. Messa per l’inaugurazione del restauro dell’Oratorio San Marco presso Villa Maria Ausiliatrice

(San Vito di Cadore, 20 luglio 2026)

Omelia del Patriarca Francesco Moraglia

 

 

Carissimi,

abbiamo appena ascoltato dal Vangelo di Matteo appena proclamato (Mt 12,38-42) come Gesù rifiuti di dare un segno ai farisei, certamente non per negare un aiuto ma per guarire una fede immatura.

Pretendere prove, infatti, vuol dire non fidarsi di Dio o considerarlo come Chi deve rispondere alle nostre pretese; tale atteggiamento dice piuttosto la fragilità del discepolo o, addirittura, la pretesa di imporre a Dio il modo in cui deve comportarsi. Gesù, in realtà, non rifiuta di dare un segno ma si riserva di scegliere Lui quando e quale segno dare. E il “segno di Giona” (Mt 12,39) è la sua Pasqua: la vittoria sulla morte, la risurrezione.

Cari fratelli nel sacerdozio, cari seminaristi, fratelli e sorelle.

inauguriamo oggi la chiesa della sede estiva del nostro Seminario e il Signore ci offre una Parola che richiama il senso di questo edificio, la natura profonda della Chiesa, il suo valore del sacro.

Nel Vangelo troviamo, infatti, la risposta apparentemente dura di Gesù a chi, appunto, gli chiedeva un segno: “Una generazione malvagia e adultera pretende un segno! Ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona il profeta” (Mt 12,39).

Perché questa risposta? Cosa vogliono dire i segni che noi, a volte, chiediamo al Signore?

La richiesta/pretesa di un segno che risponda alla nostra volontà umana, di un segno eclatante, di un miracolo spettacolare che tolga ogni dubbio non è – come già detto –  espressione di vera fede; piuttosto rivela la nostra fragilità e la debolezza del nostro abbandono fiducioso a Lui.

Quando pretendiamo che Dio si manifesti secondo le nostre logiche, noi stiamo cercando una prova tangibile che ci metta al sicuro dal rischio di credere. Stiamo, in fondo, cercando di piegare Dio ai nostri voleri.

Gesù rifiuta, invece, questo tipo di rapporto. Rifiuta d’essere qualcosa di simile ad un mago che stupisce e convince le folle. A tale richiesta, Gesù contrappone il “segno di Giona”.

Qual è, allora, il vero segno di Gesù? È la croce, è la sua morte e risurrezione, è il dono totale di Sé per trionfare nella vita nuova che Lui ci vuole donare. È il chicco di grano che cade in terra, muore e per questo produce molto frutto (cfr. Gv 12,24).

In tal modo Gesù avverte quanti vogliono essere suoi discepoli e ci insegna che il vero volto di Dio non si mostra nelle certezze e nei successi umani o nel clamore ma nel renderci disponibile ai suoi tempi e ai suoi momenti nell’umiltà di una fede che sa attendere, pazientare e fidarsi di Colui al quale ha incominciato a dire il suo sì.

Tutto questo ci introduce nel cuore nell’odierna giornata che vuole evidenziare il senso e il valore del sacro, condizione imprescindibile per vivere un autentico rapporto con Dio. Nella società secolarizzata in cui viviamo, e di cui siamo parte, spesso si ha una visione distorta del sacro.

Si percepisce il sacro come realtà lontana, qualcosa che incute timore, che allontana l’uomo da Dio o che, comunque, è confinato in riti, pratiche e simboli ritenuti ormai superati. E oltre ai luoghi sacri, ci sono anche l’abito sacerdotale, i paramenti liturgici, la proprietà e il rispetto dovuto alla liturgia, talvolta ridotta ad invenzioni forse più “volonterose” che illuminate in ordine alla realtà del mistero.

La Parola di Dio, invece, ci avverte del contrario. Soffermiamoci su un passo della lettera agli Ebrei (cfr. Eb 9,2-14) che ci presenta il cuore stesso del Vangelo: siamo posti dinanzi al luogo dell’incontro con Dio.

Si passa nella prima tenda, il Santo; poi c’è il secondo velo, il Santo dei Santi e qui troviamo l’Arca dell’Alleanza, sormontata dal propiziatorio (l’antico kappòret) e con i cherubini che la custodiscono. I cherubini ci richiamano quelli posti a custodia del Paradiso terrestre dopo il peccato di Adamo e di Eva. Essi non sono lì per allontanare o per spaventare ma per custodire la trascendenza e la santità di Dio.

I cherubini dicono con la loro presenza una verità oggi fondamentale nelle nostre celebrazioni ma, talvolta, disattesa: il sacro è realtà “sottratta” all’uomo non perché Dio voglia nascondersi ma perché l’uomo – ferito dal peccato – non può avvicinarsi a Dio tre volte santo senza esser purificato. Pensiamo al valore coordinato e relativo dei sacramenti; la penitenza o confessione è in ordine e previa all’Eucaristia.

Il sacro, quindi, è lo spazio della santità di Dio, quel luogo che ci permette d’incontrarlo liberandoci dal nostro io, dal nostro egoismo, dal nostro peccato. Ricordiamo, a proposito, come Dio sul monte Oreb chieda a Mosè di togliersi i sandali perché quel luogo era sacro (cfr. Es 3,5).

Le chiese dei monasteri avevano sempre uno spazio antistante la porta, ove i monaci e le monache si fermavano – “stazionavano” – per un breve ma importante tempo di silenzio e riflessione, così da disporre il proprio cuore alla preghiera dopo il tempo dedicato al lavoro nei campi o nello scrittorio tra i codici e gli incunaboli.

Nell’Antico Tempio di Gerusalemme l’accesso al Santo dei Santi era riservato al solo Sommo Sacerdote, una sola volta all’anno.

Tutto questo, nella lettera agli Ebrei, viene portato a compimento e trasfigurato in Cristo. Egli è entrato una volta per sempre nel santuario del cielo. E come ha squarciato il velo? Con il suo sangue versato sulla croce.

Il corpo di Cristo è il nuovo Tempio, il suo sangue è la nuova ed eterna alleanza. Nell’Antico Testamento il propiziatorio (in ebraico kapporet) era la parte superiore dell’Arca dell’Alleanza e durante lo Yom Kippur (il giorno dell’espiazione) il Sommo Sacerdote vi versava sopra il sangue degli animali per coprire e purificare i peccati del popolo.

San Paolo ci ha insegnato che quel rituale era solo un’ombra e che, ora, Cristo è il nuovo propiziatorio che versa il suo stesso sangue; è il superamento reale e definitivo di un rito simbolico non in grado, in sé, di cancellare i peccati.

Dobbiamo partire da qui se vogliamo entrare nel Nuovo Testamento, nella realtà della Chiesa, del Corpo di Cristo, del nuovo popolo di Dio che diventa tale proprio in quanto è il Corpo di Cristo, reso tale dal sacrificio di Cristo vivo e vero nel sacramento dell’Eucaristia.

Questa è la Chiesa; certamente non una associazione umana che opera in occasione di Gesù Cristo. Non è, insomma, una semplice – seppur meritevole –  associazione di volontariato. La Chiesa è l’Ecclesia, è il popolo di Dio convocato dalla parola di Dio che celebra l’Eucaristia per vivere la stessa vita di Cristo. Sì, questa è la Chiesa, il Corpo di Cristo, il popolo di Dio.

E dove si rende concreto e visibile il Corpo di Cristo? Dove c’è l’altare, dove Cristo versa il Suo sangue, dove si rinnova il Sacrificio eucaristico.

Il sacrificio eucaristico è la vera e immensa ricchezza della Chiesa. È attraverso l’Eucaristia che anche noi oggi possiamo varcare il velo ed entrare realmente nel santuario del cielo.

Ecco perché, con gratitudine, inauguriamo questo edificio di pietre e mattoni. Le nostre chiese – con i loro spazi, le loro linee, il silenzio custodito – non sono dei semplici luoghi di ritrovo per ospitare un numero congruo di fedeli; se fosse così, saremmo decaduti in un preoccupante funzionalismo teologico, liturgico e pastorale. No, le nostre chiese devono essere un’icona della storia della salvezza.

Tutto in una chiesa – l’architettura, la proprietà degli arredi, l’illuminazione – deve richiamare il mistero che l’edificio significa.

L’altare è, poi, il centro di tutto; è il cielo, indica il sacerdozio di Cristo e l’orientamento verso Dio. I nostri edifici devono renderci capaci di elevare lo sguardo dalle realtà mondane e secolarizzate a cui siamo mandati come discepoli, ricordandoci e ricordando a tutti che l’uomo non è fatto per la terra e per il mondo ma per entrare in comunione col Padre, per Gesù Cristo, nello Spirito Santo.

Cari presbiteri, seminaristi, fratelli e sorelle,

quando varchiamo la soglia di questa chiesa e vi celebriamo i sacramenti, ricordiamoci che siamo sacerdoti in forza del nostro battesimo e i presbiteri, in modo proprio e specifico, sono ministri del sacro. Un sacro che non spaventa o allontana, ma che introduce nell’incontro più intimo e misericordioso col Dio vivente.

Sia l’Eucaristia il centro di tutto e quest’edificio la porta al mistero che ci rende Chiesa.

 

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