S. Messa in occasione della festa patronale di Castello
(Venezia – Basilica S. Pietro Apostolo, 28 giugno 2026)
Omelia del Patriarca Francesco Moraglia
Siamo riuniti in questa chiesa – che nei secoli scorsi fu cattedrale del Patriarcale ed è intitolata a san Pietro apostolo – per vivere insieme la solennità dei Santi Pietro e Paolo.
Per comprendere la grandezza della fede di questi apostoli, dobbiamo partire dal contesto di violenza e di potere loro avverso in cui hanno operato.
Spesso nel Vangelo e negli Atti degli Apostoli sentiamo parlare di “Erode”. Ma chi è questo Erode? Per capirlo dobbiamo fare un passo indietro, alla dinastia di Erode il Grande.
Erode il Grande fu un sovrano spietato, tanto che l’imperatore romano Augusto pronunciò una celebre battuta: “È meglio essere il maiale di Erode che suo figlio”. Questo gioco di parole si basa sul fatto che Erode, essendo ebreo, non mangiava carne suina e quindi i maiali nel suo regno erano più al sicuro dei suoi stessi figli che fece giustiziare senza pietà per paura di congiure.
Alla sua morte, il regno fu diviso tra i figli: Erode Archelao, (che divenne etnarca di Giudea, Samaria e Idumea e fu poi esiliato per la sua crudeltà); Erode Antipa (che divenne tetrarca di Galilea e Perea, fu colui che mise a morte Giovanni Battista e schernì Gesù durante la Passione); Filippo (tetrarca della regione nord-orientale di Iturea e Traconitide).
L’Erode di cui ci parlano gli Atti degli Apostoli nella prima lettura di oggi (At 12,1-11) è, invece, Erode Agrippa I, un nipote di Erode il Grande. Egli, per compiacere i capi dei Giudei e consolidare il proprio potere politico, inaugura una feroce persecuzione: mette a morte di spada Giacomo, fratello di Giovanni, e, vedendo quanto questo piaccia al popolo, fa imprigionare anche Pietro, pronto a riservargli la stessa sorte. Il potere mondano, insomma, usa il sangue degli innocenti come merce di scambio per il consenso.
La prima lettura ci mostra così che, fin dagli albori della Chiesa, il ministero apostolico – da cui, poi, deriva quello episcopale e sacerdotale – è stato sempre un ministero a rischio e chi lo esercita è chiamato a pagare di persona. Sì, perché lo si esercita compiendo atti di magistero e presiedendo l’azione liturgica ma anche e soprattutto testimoniando di persona con tutta la propria vita.
Il ministero apostolico non è una strada segnata e gratificata da onorificenze e riconoscimenti terreni ma si tratta, piuttosto, di una chiamata che espone anche al pericolo della vita.
L’apostolo, infatti, è colui che testimonia la Verità. E la Verità spesso disturba i potenti e il potere economico. Inoltre, è molto più facile evitare di pagare di persona schierandosi dalla parte del potente di turno che non mettersi dalla parte della verità che è spesso indifesa e lasciata sola.
Questo emerge con una forza struggente anche nella seconda lettura, tratta dalla seconda lettera a Timoteo (4,6-8.17-18). Qui ascoltiamo l’eco del testamento spirituale di san Paolo, che si trova prigioniero a Roma, esattamente come Pietro.
Paolo non guarda alla morte con disperazione ma con la consapevolezza di chi ha vissuto per il Vangelo fino in fondo. Accenna ad un’offerta sacrificale, come si comprende dalle prime parole della lettura odierna: “…sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita” (2Tm 4,6).
Il ministero di Paolo – e di ogni pastore – è un ministero di sofferenza in cui si paga di persona. Non ci sono sconti. Eppure, anche in questo dolore, Paolo sperimenta la vicinanza del Signore: “Il Signore mi libererà da ogni male e mi porterà in salvo nei cieli, nel suo regno…” (2Tm 4,18).
Sì, il chicco di grano caduto in terra muore e produce molto frutto; se non muore rimane solo (cfr. Gv 12,24); qui abbiamo il centro vitale di ogni discepolato cristiano e, possiamo dire anche in particolare, del ministero ordinato. Infatti il ministero ecclesiale di Pietro e dei suoi successori non si fonda solo sull’autorità ricevuta, con la consegna delle chiavi, ma su un magistero d’amore e sulla disponibilità a seguire Cristo fino all’estremo dono di sé.
Gesù ci insegna che aggrapparsi egoisticamente a sé, ai propri progetti, rende la vita sterile. La fecondità del ministero ordinato (e del discepolato cristiano) non è, quindi, legata al successo umano ma alla capacità di morire a se stessi. Pietro è chiamato a perdere la propria vita per trovarla moltiplicata nell’amore e nel servizio al popolo di Dio.
Quando Gesù fonda la Chiesa su Pietro, non gli affida semplicemente un potere giuridico. Il fondamento del ministero petrino è l’amore a Cristo: “Mi ami più di costoro?” (Gv 21,15). Il ministero petrino si configura così come un magistero di amore e di dedizione. Pietro non dovrà guidare la Chiesa con la logica del potere ma con la forza di un amore incondizionato.
L’amore più grande che è richiesto presuppone il dono totale e, quindi, Gesù avvisa Pietro: “…quando sarai vecchio tenderai le tue mani e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi” (Gv 21,18). È l’annuncio del martirio, la morte del chicco di grano che rende il ministero fecondo. Questa prospettiva è la forma più alta di configurazione a Cristo, Buon Pastore, che dà la vita per il gregge.
La storia della Chiesa è piena di uomini che hanno incarnato questa visione diventando, attraverso l’offerta della vita, ciò che annunciano e celebrano all’altare. L’azione sacramentale che il sacerdote compie (ex opere operato) deve trovare compimento nella vita del pastore attraverso la sua conformazione a Cristo (ex opere operantis).
Pensiamo ad una figura straordinaria come san Cipriano, vescovo di Cartagine. Quando scoppiò la persecuzione, egli scelse inizialmente di fuggire e nascondersi. Perché? Non per viltà o codardia, ma per un profondo senso di responsabilità: fuggì per mantenere la possibilità di continuare a guidare, sostenere e amministrare la sua comunità in tempi di crisi. Ma, quando venne il momento decisivo, non tradì la fede. Rifiutò di compiere i sacrifici agli dei pagani e affrontò il martirio, offrendo la testa al carnefice.
Con la medesima sete di Cristo, troviamo sant’Ignazio di Antiochia. Mentre veniva condotto a Roma per essere giustiziato nel Colosseo, scrisse delle bellissime lettere alle sue comunità. Egli non cercò vie di fuga, ma scriveva: “Sono frumento di Dio, e sarò macinato dai denti delle fiere per divenire pane puro di Cristo. Supplicate Cristo per me, perché per opera di queste belve io divenga ostia per il Signore” (Sant’Ignazio di Antiochia, Lettera ai Romani). Per lui il martirio non era una condanna subita, ma il culmine del suo ministero episcopale, l’unione totale e indivisibile con il suo Signore.
Guardando oggi a san Pietro, patrono di questa comunità, celebriamo allora il mistero di una Chiesa che non si fonda sulle strategie umane o sul favore dei potenti, ma sulla roccia di Cristo.
Il ministero non è titolo onorifico ma “croce gloriosa”; significa diventare immagine viva di Colui che ha dato tutto se stesso per noi. Chiediamo oggi, per l’intercessione di Pietro, che i nostri ministri ordinati abbiano il coraggio di annunciare il Vangelo senza compromessi e senza paura e che, come comunità, siamo tutti disposti a vivere secondo la logica del chicco di grano (cfr. Gv 12,24).
