Omelia del Patriarca nella S. Messa per l’ordinazione diaconale di Andrea Grando e Gino Mancin (Venezia – Basilica Cattedrale di S. Marco, 27 giugno 2026)

S. Messa per l’ordinazione diaconale di Andrea Grando e Gino Mancin

(Venezia – Basilica Cattedrale di S. Marco, 27 giugno 2026)

Omelia del Patriarca Francesco Moraglia

 

 

Cari fratelli e sorelle, cari Andrea e Gino,

mi rivolgo in particolare a voi e alle vostre spose che, a voi unite nel sacramento del matrimonio, hanno dato il loro consenso alla vostra ordinazione diaconale.

Il diaconato – primo grado del sacramento dell’ordine –, insieme al presbiterato – secondo grado – e all’episcopato – terzo grado –, appartiene all’unico sacramento dell’Ordine.

Il diacono è chiamato a svolgere – sono parole del rito d’ordinazione – “con umiltà e carità in aiuto dell’ordine sacerdotale, a servizio del popolo cristiano”, il ruolo di “animatore” della carità e di collaboratore dei presbiteri nel servizio dell’altare. E come insegna Ippolito – nella Tradizione apostolica, n. 8 – i diaconi ”sono ordinati a servizio del vescovo” con cui hanno un legame diretto, di particolare comunione e obbedienza.

Il diacono è sacramentalmente legato al vescovo, in modo organico e strutturale. Riceve l’ordinazione non per il sacerdozio ministeriale, ma “in ordine al ministero”. Il rito stabilisce, quindi, un rapporto di comunione filiale e obbedienza.

Il diacono è incardinato, ossia fa parte della Chiesa particolare (la Diocesi). Il suo ministero riguarda il servizio e, perciò, le necessità concrete dei fedeli in stretta comunione con la Chiesa locale.

Cari novelli diaconi, staccarsi da ciò è possibile ma è triste e non corrisponde agli impegni che ora liberamente assumerete dinanzi a Dio, dinanzi al vescovo, dinanzi a voi stessi e alla Chiesa impegnandovi a servirla là dove sarete mandati.

Nella vita di una comunità parrocchiale il diacono non è, perciò, un “vice-parroco”, in quanto è stato ordinato non per il sacerdozio ma come servitore della carità a favore del popolo di Dio compiendo il servizio all’altare.

Caro Andrea e caro Gino, dopo una formazione giudicata sufficiente e – come già ho ricordato all’inizio – dopo il consenso delle vostre spose, vi dedicherete al servizio ecclesiale in modo stabile, non a margine di altri impegni; il Vangelo di oggi (Mt 9,36 – 10,8) è chiaro. Il vostro ministero vi sarà indicato a partire dalle necessità della Diocesi e questo vi garantirà dall’essere “battitori liberi”, impegnati in attività personali piuttosto che nel reale servizio ecclesiale.

Nel sacramento dell’Ordine, l’obbedienza assume un senso specifico a partire dal grado stesso del sacramento dell’ordine. Nel diaconato unisce al vescovo, nel servizio della carità; nel presbiterato è cooperazione attiva alla pienezza del sacerdozio del vescovo, nel presbiterio diocesano; nell’episcopato concerne la collegialità episcopale, garantita nell’obbedienza al Papa.

La sinodalità è un cammino in cui tutti siamo impegnati con passione e dedizione; non prescinde ma esprime proprio tale comunione ecclesiale.

I diaconi ordinati per il servizio della Parola, dell’altare e della carità, nella loro obbedienza riflettono l’atteggiamento di Gesù, che “non è venuto per farsi servire ma per servire” (Mt 20,28). Bisogna considerare, allora, la peculiarità degli impegni che vengono assunti.

Il presbitero, al momento dell’ordinazione, compie il gesto di porre le proprie “mani giunte” in quelle del Vescovo e promette “filiale rispetto e obbedienza” a lui e ai suoi successori. Si vuole così significare un’attiva e libera cooperazione subordinata, però, al vescovo. Il sacerdote promette d’essere collaboratore del vescovo, impegnandosi ad ascoltare e a farsi carico delle necessità pastorali delle comunità affidatagli, in comunione con la Chiesa diocesana, nella quale si manifesta quella universale.

Con l’episcopato, invece, il sacerdozio viene trasmesso in modo pieno; per questo il vescovo non fa una vera e propria “promessa d’obbedienza”, perché ha in sé la pienezza del sacramento dell’Ordine; tuttavia, al momento dell’ordinazione pronuncia un solenne impegno di fedeltà e comunione ecclesiale che è qualcosa di più di un impegno d’obbedienza.

L’obbedienza del vescovo è di natura collegiale ed ecclesiale. Egli deve obbedienza allo Spirito Santo, al Vangelo e al Sommo Pontefice (il Papa). Il vescovo è, in tal modo, tenuto a mantenere la Chiesa che gli è affidata in comunione con la Chiesa universale, attraverso la comunione con il collegio episcopale e sotto l’autorità del Papa.

A questo punto vorrei richiamare alcune grandi figure di diaconi – Stefano, Filippo, Lorenzo, Vincenzo – che sono stati canonizzati dalla Chiesa. Ciascuno di essi incarna un aspetto peculiare della carità o dell’annuncio o del coraggio, componenti oggi necessarie per i diaconi.

Caro Andrea e caro Gino, li affido a voi come luci luminose per il vostro ministero diaconale che oggi ha il suo inizio.

In Stefano ammiriamo il coraggio della Parola e il primato della carità. Secondo gli Atti degli Apostoli Stefano è il protomartire, il primo dei sette diaconi scelti dagli apostoli per il servizio alle mense; è un esempio per voi oggi in quanto unisce con sapienza l’assistenza materiale e l’evangelizzazione. Infatti, nel nostro tempo caratterizzato dalla complessità, il diacono è chiamato a non separare la gestione della “mensa” (le necessità dei poveri, dei nuovi esclusi, l’ascolto delle fragilità ecc.) dall’annuncio esplicito del Vangelo. Stefano insegna a difendere la fede non con la forza ma con la sapienza dello Spirito, chiedendo perdono per i propri carnefici.

Filippo (cfr. At 8,5-40) offre oggi un modello di ministerialità dinamica perché il diacono non è un semplice amministratore delle cose della Chiesa, ma un evangelizzatore itinerante. Filippo ha osato annunciare il Vangelo ai samaritani – comunità ostile ai giudei -; il diacono oggi porta la Parola di Dio nelle periferie esistenziali e ai lontani. L’episodio riportato dalla prima lettura di oggi (At 8,26-40) narra l’incontro con il ministro etiope di Candace e mostra la carità del farsi prossimo e compagno di strada; si accosta alle richieste, ai dubbi e alle fragilità di chi è in ricerca e lo guida a comprendere la Parola di Dio. Il suo annuncio culmina nel battesimo, testimonianza della gioia dell’incontro con Gesù.

Lorenzo e l’amministrazione dei beni della Chiesa: è arcidiacono di Roma sotto Papa Sisto II ed è celebre per aver definito i poveri, gli orfani e gli emarginati, il vero tesoro della Chiesa; per i diaconi di oggi questo è l’invito ad esprimere la vicinanza agli ultimi come cuore del proprio ministero. Lorenzo ci ricorda anche che l’amministrazione ecclesiale ha valore solo se è finalizzata alla carità.

Vincenzo di Saragozza, la diaconia come annuncio coraggioso: Vincenza è arcidiacono in Spagna, fedele collaboratore del vescovo Valerio, noto per la difesa della fede fino al martirio. Vincenzo presenta il diacono come voce della comunità. Nella Chiesa del terzo millennio, Vincenzo ispira i diaconi a farsi carico della predicazione con coraggio e intelligenza, difendendo la verità del Vangelo negli ambienti di lavoro, nella società civile e nelle periferie esistenziali.

Cari Andrea e Gino, guardando a voi che oggi ricevete il diaconato, la Chiesa si riconosce nel mistero che celebra sull’altare che è Cristo.

Voi siete chiamati a essere ponte vivo fra la mensa eucaristica e le mense dei poveri. Il pane eucaristico che si spezza deve diventare per voi la forza per testimoniare, ogni giorno, le opere di misericordia corporali e spirituali. Il diacono, infatti, vive della Parola, dell’altare e della carità.

Per comprendere la grandezza di questa missione, non siete soli. La Chiesa vi affida alla protezione dei diaconi Stefano, Filippo, Lorenzo e Vincenzo che, con il loro ministero, hanno segnato per sempre la sua storia.

Guardando a loro, carissimi Andrea e Gino, siate sempre uomini di preghiera, servi umili e appassionati annunciatori del Vangelo. Il Signore vi guidi in questo cammino di amore e servizio. Amen.

condividi su