Omelia del Patriarca nella S. Messa in occasione della festa patronale di S. Giovanni Battista (Jesolo – Chiesa parrocchiale S. Giovanni Battista, 24 giugno 2026)

S. Messa in occasione della festa patronale di S. Giovanni Battista

(Jesolo – Chiesa parrocchiale S. Giovanni Battista, 24 giugno 2026)

Omelia del Patriarca Francesco Moraglia

 

 

 

Cari fratelli e sorelle, la liturgia della solennità odierna e, in particolare, la Parola di Dio ci pongono di fronte a una delle figure più grandiose ed affascinanti della storia della salvezza: san Giovanni Battista.

 

  1. Il disegno di Dio e la missione del Precursore

Una premessa di fondo deve guidare la nostra riflessione: Gesù, Figlio di Dio, ha voluto avere un precursore. Avrebbe potuto fare tutto da solo e scendere nella storia con la sua potenza divina senza alcun annuncio preparatorio. Eppure, nel suo disegno d’amore, ha voluto un discepolo che lo precedesse e lo annunciasse.

Questo non è solo un dato storico che riguarda il realizzarsi del piano salvifico riguardante la persona di Gesù; al contrario, qui abbiamo una indicazione di metodo, una testimonianza che segnerà per sempre la storia della salvezza per tutti i tempi, fino al ritorno di Gesù.

Gesù ci vuole insegnare che la fede si trasmette attraverso la testimonianza e che c’è sempre bisogno di una voce che gridi nel deserto e prepari le sue vie. Quanto è triste se mancano queste figure, se decidono di parlare sottovoce o in modo impercettibile, per un malinteso rispetto umano o, quando, vengono meno… Sono fuochi che non scaldano, luci che non illuminano, testimoni che non testimoniano.

Per una comunità che sa di avere un tale patrono è necessario confrontarsi con lui e misurarsi con la sua testimonianza; altrimenti, rimangono solo gli aspetti festaioli di una ricorrenza che ha molto di bello sul piano umano e che va mantenuto – tendone, grigliate, pranzi, cene ecc. – ma tutte queste cose da sole non bastano. San Giovanni Battista va ben oltre un festeggiamento umano come ce ne sono tanti.

Le tre letture ci indicano l’importanza della consapevolezza e dell’umiltà (Vangelo), del servizio e della verità (Atti degli Apostoli), del coraggio e del radicamento (Isaia).

Dal Vangelo di Luca (1,57-66.80) emerge che il Battista (“Giovanni è il suo nome”) ha una precisa identità voluta da Dio. Nella vita parrocchiale tutto ciò insegna a riconoscere i propri talenti senza arroganza, ponendo al centro la Parola e non se stessi.

In Atti degli Apostoli (13,22-26) ci viene ricordato che Giovanni dichiarava apertamente di non essere il Messia, orientando lo sguardo degli altri verso Cristo. Una parrocchia guidata dal Battista è una comunità che evangelizza indicando Gesù, spogliandosi di ogni protagonismo e ponendosi come “segno” e non come fine ultimo.

Il testo di Isaia 49,16 – “Ecco, io ti ho scolpita sulle palme delle mie mani” – ci assicura che nessuno è dimenticato da Dio. Il deserto in cui Giovanni cresce (cfr. Lc 1,80) rappresenta il tempo della preghiera e della vita austera. La parrocchia è chiamata a essere punto di riferimento visibile, luogo di consolazione, oasi spirituale per chi si sente solo.

 

  1. Il dito che indica Gesù che dice: “Non sono io!”

Cosa fa esattamente Giovanni Battista? Questa è la prima grande lezione spirituale. Giovanni indica il Signore, non se stesso. Tutta la sua vita, la sua predicazione, il suo battesimo di penitenza avevano un unico scopo: orientare lo sguardo verso un Altro.

Pensiamo alla celebre iconografia che ci mostra il Battista con il dito puntato verso Gesù che passa. È il gesto per eccellenza del discepolo: indicare Cristo e scomparire.

Il Battista avrebbe potuto facilmente sostituirsi al Messia; le folle accorrevano a lui, lo ascoltavano ed erano pronte a seguirlo. Eppure, con estrema chiarezza, egli dice: “Non sono io”.

Questa affermazione è il cuore della vera evangelizzazione. Quando annunciamo il Vangelo, quando compiamo il nostro servizio nella Chiesa, dobbiamo sempre ricordare che non siamo noi i salvatori.

Noi siamo solo la voce; la Parola è Cristo. Riconoscere i propri limiti e non appropriarsi della gloria di Dio è il fondamento di ogni autentico cammino di fede.

 

  1. Umiltà, coraggio e Verità: un trittico inseparabile

Da questa consapevolezza nascono le caratteristiche spirituali di Giovanni, il Precursore: l’umiltà, il coraggio e la verità. È fondamentale comprendere come queste tre virtù vadano sempre insieme e non possano essere separate.

L’umiltà permette a Giovanni di accettare il suo posto e di farsi da parte per far crescere il Signore. Ma questa umiltà non è debolezza, non è arrendevolezza. Al contrario, essa si salda immediatamente con il coraggio. Ci vuole una grande forza d’animo per dire la verità ai potenti, per denunciare l’ipocrisia, per invitare alla conversione senza guardare in faccia a nessuno. La tentazione, sempre ricorrente, è invece di dare a chi ci sta di fronte il consiglio che – sappiamo – lui si attende da noi; è quello che accade in ambito familiare, amicale o educativo ed è la tentazione del “politicamente corretto”.

La verità, la fortezza, l’umiltà cristiane nascono da chi non teme il giudizio degli uomini, perché sa di dipendere unicamente da Dio. Senza umiltà, il coraggio diventa superbia; senza fortezza, l’umiltà diventa passività. Giovanni ci mostra che il discepolo autentico è colui che sa coniugare la dolcezza del servizio con l’audacia della verità.

 

  1. La consistenza del discepolo e la logica del deserto

Guardando al Battista, comprendiamo cosa significa la “consistenza” del discepolo: è Colui che non viene meno, che non si piega alle mode del tempo o alle minacce dei potenti. Per capire la grandezza di questa consistenza, dobbiamo confrontarla con le figure negative che il Vangelo ci presenta: Erode, Erodiade e Salomè che rappresentano la logica del potere mondano. Sono figure caratterizzate da una specifica dinamica: blandiscono e adulano, promettono favori e onori, ma poi si rivelano spietati e violenti quando non riescono a ottenere con l’adulazione ciò che volevano.

Questi personaggi abitano le corti e i luoghi dove ci sono i re e dove regna il lusso. Attenzione: il lusso non è solo quello esteriore, fatto di ricchezze materiali o di potere politico; esiste anche un lusso interiore, molto più subdolo. È quello che noi ci creiamo all’interno delle nostre vocazioni personali e della nostra vita cristiana quando le rendiamo comode e accomodanti, quando cerchiamo compromessi per non dispiacere a nessuno o quando evitiamo la croce per salvare il nostro quieto vivere. In quel momento, edifichiamo una “corte interiore” che ci rende deboli, fragili e capaci di venire meno e di cedere alle lusinghe del peccato.

Il Battista, al contrario, sceglie la via opposta. La sua caratteristica è crescere in luoghi deserti e il deserto è luogo dell’austerità, della verità, del silenzio, dell’essenziale, dove non ci sono appigli umani o comodità su cui contare. Lì si esercita la penitenza; il cibo del Battista è il miele selvatico e le locuste, un cibo oltremodo povero; la sua veste è di peli di cammello e non certo un abito lussuoso. Questi non sono dettagli pittoreschi e di nessun conto, ma simboli di una vita veramente essenziale.

Cosa ci dice questo stile di vita, oggi? Ci interroghiamo davvero sul nostro modo di vivere la fede e le nostre scelte quotidiane. Quando ci si veste con troppa cura, quando ci si perde nel seguire troppo le diete e il proprio benessere materiale, quando si pone l’accento solo sull’esteriorità, vuol dire che si hanno in mente altri progetti. Significa che il nostro cuore è ancora legato alle logiche del mondo e non a quelle del Vangelo che, invece, ci chiede di dare noi stessi per il regno di Dio. Il deserto di Giovanni è l’invito a spogliarci del superfluo, a fare spazio a Dio, a ritrovare un’autentica sobrietà che ci rende liberi e pronti a testimoniare la Verità.

 

  1. Una testimonianza che non passa

Fratelli e sorelle, la figura spirituale di Giovanni Battista ci lancia una sfida bellissima. Ci chiede di verificare la consistenza della nostra fede. Sappiamo noi indicare Gesù nella nostra vita quotidiana, con umiltà e senza cercare il nostro tornaconto? Abbiamo il coraggio di essere scomodi e di non cedere alle lusinghe e alle minacce di questo mondo? Abbiamo il desiderio di ritrovare spazi di deserto e di essenzialità interiore?

Chiediamo oggi al Signore, per intercessione di san Giovanni Battista, la grazia di non essere cristiani da salotto, cristiani comodi o paurosi. Chiediamo la forza di essere discepoli veri, capaci di vivere nell’umiltà, di testimoniare la verità con coraggio e di perseverare nella fede affinché la nostra vita sia sempre – come quella del Battista – il dito che indica al mondo l’Agnello di Dio.

 

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