S. Messa votiva di S. Antonio di Padova con la partecipazione delle IX Congregazioni del Clero
(Venezia – Basilica della Madonna della Salute, 13 giugno 2026)
Omelia del Patriarca Francesco Moraglia
Il voto a Sant’Antonio da parte della Serenissima venne fatto nel 1651 dal Senato veneziano per chiedere la fine della guerra con i Turchi che assediava l’isola di Candia (Creta). La reliquia del Santo – un avambraccio – arrivò a Venezia via fiume il 9 giugno 1652. Per sciogliere solennemente il voto, il 13 giugno di quell’anno il Doge, il Senato e il clero attraversarono un ponte di barche sul Canal Grande per portare la reliquia alla Basilica della Salute.
L’evento storico, che unisce la devozione del clero veneziano e la città lagunare, viene appunto celebrato ogni anno il 13 giugno con una Messa di ringraziamento solenne. Quest’anno cade il 375° anniversario del voto solenne e noi ci troviamo nella Basilica della Salute per adempiere l’impegno assunto dai nostri antenati col desiderio di affidare il nostro presbiterio e la nostra città alla protezione del Santo che nacque a Lisbona ma è universalmente conosciuto come Antonio di Padova.
Oggi – e non possiamo dimenticarlo – la liturgia della Chiesa fa memoria del Cuore Immacolato di Maria. Vorrei con voi riflettere sul sì detto da Maria che è l’espressione più viva del suo cuore immacolato.
- Il “Cuore” di Maria: ascolto e accoglienza
La devozione al Cuore Immacolato di Maria non ripete semplicemente la solennità dell’Immacolata Concezione (8 dicembre), ma ne esplora il dinamismo.
Il termine “cuore”, nella Bibbia, indica infatti il centro unitario della persona, dove sentimenti, intelletto, volontà e memoria si uniscono alla corporeità e costituiscono il “proprio” della persona umana.
L’evangelista Luca, nel Vangelo, annota che Maria “custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore” (Lc 2,19). Il termine greco qui utilizzato è rhema ed indica la parola creatrice di Dio (è l’equivalente dell’ebraico dabar). Sì, Maria è colei che ascolta e vede la Parola divina creatrice di storia e che si fa storia, attraverso il “sì” totale.
I Padri della Chiesa comprendono il sì di Maria come apatia (ossia, impassibilità); la riflessione teologica del Medio evo, invece, si serve del termine imperturbabilità, inteso come la capacità di non dipendere dalle realtà del mondo e di rimanere saldi nella volontà di Dio; la modernità, infine, con Ignazio di Loyola si serve del termine indifferenza, ossia l’accettazione previa da parte di Maria di ciò che Dio disporrà nella sua vita.
La collocazione liturgica della memoria del Cuore Immacolato di Maria nel sabato immediatamente successivo alla festa solenne del Sacratissimo Cuore di Gesù non è casuale; è un chiaro percorso guidato per il credente. La vicinanza di queste due celebrazioni offre infatti tre grandi chiavi di lettura:
- Uno sguardo unitario: evita il rischio del cristomonismo separando Gesù, il Verbo incarnato dalla sua missione, mostrando proprio che l’opera di salvezza del Verbo Incarnato è indissociabile dal “sì” e dalla risposta dell’umanità, rappresentata perfettamente da Maria. Il sì di Maria è il sì della Chiesa di cui la Vergine è archetipo e modello pienamente realizzato; non ci sarà mai un sì pieno, totale, indiviso come lo fu il suo.
- Cristo-capo e Chiesa-membra: Gesù è il Capo della Chiesa e dell’umanità; in Lui – e grazie a Lui – vive l’intera umanità redenta. Maria, invece, è la prima dei credenti che accoglie in sé, per grazia, la vita divina presente e donata in Cristo.
- Alleanza di cuori: Il Cuore di Gesù è la fonte della salvezza, mentre il Cuore di Maria è sul piano creaturale il riflesso più puro dell’accoglienza di questa grazia cristologica.
Proprio per questo al termine della nostra odierna celebrazione compiremo come presbiterio il nostro atto di affidamento a Maria, madre di Gesù sommo ed eterno sacerdote.
- Il legame tra San Francesco e Sant’Antonio
Il 2026, come sappiamo, è un anno di grazia: si celebra infatti l’VIII Centenario della morte di San Francesco. E sant’Antonio di Padova, uno dei suoi primi figli, vive in sé lo spirito di Francesco. Antonio si inserisce nel solco aperto da Francesco e unisce alla radicale povertà evangelica una profonda sapienza teologica. A livello teologico Antonio ha interpretato fedelmente il Vangelo che Francesco ha vissuto e annunciato a partire dal motto che bene esprime il carisma del poverello di Assisi.
Mi riferisco all’espressione “sine glossa” che è entrata a far parte della Regola e del carisma di Francesco d’Assisi e ci chiede di vivere la Parola di Dio senza sconto.
La vicenda di Antonio – che, già, era religioso agostiniano – ci racconta che egli fu profondamente turbato e conquistato dalla radicalità e dall’entusiasmo con cui cinque frati francescani, tra i primissimi seguaci del poverello d’Assisi, erano andati incontro al martirio in Marocco.
Tale testimonianza lo portò ad abbandonare la vita religiosa agostiniana per abbracciare quella francescana. A colpirlo fu proprio la radicalità di vita di quei cinque francescani martiri in terra d’Africa, dove erano andati per annunciare il Vangelo. L’arrivo delle loro reliquie in Portogallo “indirizzò” Antonio verso il carisma di Francesco, ossia il Vangelo sine glossa.
- Cosa Antonio ha preso e portato a compimento di Francesco
Cosa ha preso il giovane Fernando (che poi divenne Antonio) dal carisma di Francesco? Ha preso certamente l’ardore per la radicalità evangelica, fino al martirio, l’amore appassionato per l’umanità di Cristo, la scelta radicale del Vangelo sine glossa.
Ma dove Francesco era il profeta dell’intuizione, il testimone di un amore vissuto nella nudità e nella semplicità, Antonio vi ha innestato la sapienza della Scrittura e della riflessione teologica. È, infatti, noto come Francesco denominava Antonio – per indicare il suo sapere teologico – “il mio vescovo”.
In un celebre e breve scritto autografo – noto come Lettera a frate Antonio – san Francesco, infatti, si rivolgeva ad Antonio chiamandolo esplicitamente “mio vescovo”. Questo appellativo e il contesto storico chiariscono esattamente la sua intenzione. L’espressione esatta usata da Francesco nell’incipit è; “Al fratello Antonio, mio vescovo, frate Francesco augura salute”. Con questo titolo Francesco intendeva riconoscere, legittimare e lodare la profonda sapienza teologica e la padronanza delle Sacre Scritture di Antonio.
Nel Medioevo il ruolo di insegnare la teologia spettava per natura ai vescovi; Francesco così riconosceva in Antonio un vero maestro. E, sebbene ne riconoscesse la totale sicurezza teologica, Francesco concesse ad Antonio l’incarico di insegnare teologia (la prima cattedra dell’Ordine, istituita a Bologna) imponendogli però una condizione fondamentale: che lo studio non facesse mai venir meno lo spirito di preghiera e di devozione.
Il Poverello d’Assisi ha scoperto il carisma e ne ha vissuto per primo lo spirito; il Santo di Padova ha portato a compimento il carisma trasformando l’intuizione in teologia. Antonio non è stato un semplice imitatore o ripetitore di Francesco, ma la sua provvidenziale “irradiazione”.
Proveniente da una formazione intellettuale e teologica eccellente, Antonio ha impiegato la sua cultura non per innalzarsi sopra gli altri, ma per combattere la più grande povertà di allora: l’ignoranza e l’oscurità circa il senso della vita.
- Differenze, continuità e progresso nel carisma
Quali, allora, sono le differenze tra Francesco ed Antonio? Francesco era l’icona del Vangelo vissuto nella sua essenzialità immediata; Antonio fu il maestro della Parola annunciata e spiegata, il geniale esecutore che – per primo e con il permesso dello stesso San Francesco – ha insegnato e radicato la teologia nella fraternità francescana.
La continuità di grazia è evidente: entrambi si donano senza calcoli per amore. Il riferimento qui va subito al testo cristologico riportato dall’evangelista Giovanni: “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12,24).
Entrambi guardano a Cristo e all’Eucaristia, che ne è il sacramento, come alla fonte di salvezza, entrambi hanno una predilezione viscerale per i poveri e gli ultimi.
Il progresso sta nell’azione pastorale di Antonio: egli fa del Vangelo uno strumento di tutela e di salvaguardia sociale, rispondendo così concretamente alle piaghe del suo tempo.
- L’autorità di Antonio come Dottore della Chiesa
Questa opera instancabile ha portato la Chiesa – nella persona del papa Pio XII, nel 1946 – a proclamare solennemente Antonio Dottore della Chiesa con l’appellativo di Doctor Evangelicus.
Cosa la Chiesa ha voluto mettere in evidenza con il suo dottorato? La sua autorità deriva direttamente e principalmente dai suoi Sermoni, un’opera in cui evidenzia una profondissima conoscenza della Sacra Scrittura e un’esegesi cristocentrica.
Il dottorato di Antonio illumina la sua capacità di far risplendere il Vangelo nella vita quotidiana; non ci ha lasciato, insomma, dei trattati accademici astratti ma delle omelie e delle riflessioni che toccano direttamente il cuore, la mente e la carne dell’uomo.
- Il ministero pastorale e sociale: l’esempio del dramma dei debiti
La grandezza di Antonio si vede, in particolare, nel suo ministero pastorale e sociale nella Marca Trevigiana e a Padova.
In quell’epoca, l’usura e i debiti vessavano la povera gente. Le leggi di allora, oltretutto, punivano i debitori insolventi con il carcere a vita o la tortura, lasciando le famiglie nella totale miseria. Antonio divenne lo strenuo difensore della gente comune. Egli affrontò la dura realtà della schiavitù per debiti non solo predicando contro l’usura nei suoi discorsi, ma adoperandosi attivamente per cambiare le leggi.
Ebbe un’autorità tale da influenzare la politica cittadina: il 15 marzo del 1231, sotto il Podestà Stefano Badoaro, fu approvato il nuovo statuto di Padova. Esso stabiliva che nessuno poteva essere tenuto in carcere per debiti se per riparare al danno arrecato rinunciava a tutti i suoi beni. È il miracolo della carità sociale: trasformare la pietà religiosa in giustizia civile.
- Francesco ed Antonio, al centro il primato di Dio
In conclusione, guardando al rapporto tra Francesco ed Antonio in questo ottavo centenario, possiamo affermare che essi sono due note diverse che compongono la medesima melodia dello Spirito Santo. L’incontro tra i due (celebrato e ricordato nell’episodio del Capitolo delle Stuoie) fu generativo.
Il Capitolo delle Stuoie si tenne a Santa Maria degli Angeli (Assisi) nel maggio del 1221; l’episodio è documentato nelle prime biografie francescane, in particolare nella Chronica di frate Giordano da Giano e nella Compilazione d’Assisi (Atti del Beato Francesco). Antonio (allora ancora noto come Antonio da Lisbona o da Coimbra) aveva appena fatto naufragio in Sicilia.
Partecipò, così, al Capitolo insieme a circa 3.000 frati che dormivano su stuoie e rimase un frate sconosciuto fino a quando non gli venne affidato l’insegnamento della teologia.
L’incontro tra Francesco – detto il “Poverello” – e Antonio – chiamato anche il “martello degli eretici” per lo zelo e la profonda dottrina con cui combatteva le eresie del tempo – diventa così l’emblema della perfetta sintesi del carisma francescano. L’evento unisce l’ispirazione radicale e mistica di Francesco (il Vangelo vissuto nella sua essenza) con l’immensa cultura teologica di Antonio.
In quella circostanza, pur nella sua semplicità e in malferma salute, Francesco comprese la grandezza di Antonio. Gli affidò l’insegnamento della teologia tramite la celebre lettera a cui abbiamo fatto riferimento. Francesco, però, come detto, pose una condizione fondamentale: lo studio non doveva spegnere lo “spirito di preghiera e di devozione”.
Così entrambi misero al centro il primato di Dio, trasformando le differenze di personalità in un complemento reciproco. L’incontro simboleggia come il carisma francescano sappia abbracciare sia l’esperienza umile del quotidiano che la profondità dell’intelligenza della fede.
Francesco ha piantato il seme della fraternità e della “minorità” francescane; Antonio l’ha nutrito con la linfa della dottrina e della difesa della dignità dei deboli, proprio come quando difese i debitori. Entrambi, partendo da temperamenti diversi e differenti storie personali, convergono nella logica salvifica del Vangelo.
Chiediamo oggi, per intercessione di sant’Antonio, dottore evangelico, di saper vivere la fede con la stessa intelligenza evangelica, coniugando sempre l’amore per la Parola di Dio con l’attenzione concreta e caritatevole verso chi è oppresso dalle povertà materiali e spirituali del nostro tempo. Amen.
