S. Messa in onore di S. Ambrogio, Patrono del Corpo Prefettizio
(Venezia – Cripta della Basilica di S. Marco, 9 dicembre 2025)
Omelia del Patriarca Francesco Moraglia
Siamo riuniti nel cuore della basilica cattedrale di S. Marco, dove sono custoditi i resti dell’Evangelista. Santo patrono di Venezia e del Veneto, nel nome e in onore di una figura importante – sant’Ambrogio di Milano – che fu un pastore esemplare nell’impegno di governo della Chiesa che gli fu affidata.
In particolare, Ambrogio fu capace di governare i rapporti col potere imperiale usando sia la fermezza sia un prudente discernimento e applicandosi con giudizio ed equilibrio, di volta in volta, alle situazioni che gli si presentavano davanti, mai adattandosi ad esse e difendendo con costanza e pazienza la libertà della Chiesa.
Il Vescovo Ambrogio mai intese il suo ministero a partire da un atteggiamento servile o succube nei confronti del potere politico; piuttosto, in ogni maniera, si pose come il defensor gregis, ossia come il Buon Pastore che ha cura del suo gregge rischiando, se è il caso, e mettendo in gioco la vita stessa, innanzi alle pretese e alle ingerenze del potere temporale.
L’incontro e lo scontro con l’imperatore Teodosio è emblematico al riguardo; Ambrogio, pur avendo appoggiato all’inizio la politica antiariana di Teodosio, in seguito ne criticò l’operato stigmatizzando le scelte politiche dell’imperatore e arrivando, addirittura, a negargli l’accesso alla chiesa cattedrale ricordando così – a lui e all’intera città – che l’Imperatore non era superiore alla legge di Dio.
Il coraggio che sempre manifestò nei confronti del potere politico costituirà, per il futuro, un modello di leadership cristiana per i pastori della Chiesa.
La Chiesa di Milano – secondo la testimonianza resa da sant’Agostino – era molto viva ed attiva, anche se aveva conosciuto per il passato il governo di Assenzio, un vescovo filoariano; proprio per questo comprese bene che cosa volessero dire le ricadute ariane anche nella vita pastorale della Chiesa.
Milano trovò così nel suo vescovo un pastore santo, colto e attentissimo alle necessità – anche materiali – del suo popolo ma che, soprattutto, non fuggiva dinanzi a rischi e pericoli.
La figura di Ambrogio è, perciò, esemplare perché mostra come l’autorità del vescovo non debba opporsi per principio all’autorità politica ma sia volta ad aiutare la città e la Chiesa che vive in essa a perseguire i loro specifici fini. Il vescovo, infatti, è chiamato ad intervenire quando la giustizia divina è messa in pericolo da una giustizia terrena che prevarica.
In Ambrogio la laicità del potere è fuori questione e in lui non c’è la contestazione del potere imperiale; anzi, Ambrogio lo riconosce e lo rispetta come istituzione voluta da Dio ma, allo stesso tempo, non esita – quando e se è il caso – a denunciare le violazioni dei principi cristiani.
La difesa della Chiesa e della sua azione, per difenderne la libertà e l’autonomia, in modo che la Chiesa possa svolgere pienamente la sua missione, è per Ambrogio una priorità pastorale.
Le vicende legate a Teodosio, e richiamate poco fa, sono un esempio di come Ambrogio abbia saputo intervenire nel concreto ed abbia saputo porsi di fronte all’imperatore in modo consapevole. E un altro episodio molto significativo è quella forte esortazione alla penitenza che Ambrogio rivolge a Teodosio dopo la strage di Tessalonica, da Teodosio ordinata d’impeto nell’anno 390 come rappresaglia per l’assassinio di un ufficiale imperiale. Anche qui sant’Ambrogio agisce con prudenza ed equilibrio, attento a non umiliare l’imperatore ma invitandolo piuttosto ad umiliarsi davanti a Dio. In una lettera gli dice infatti: “Ti scrivo non per umiliarti, ma perché gli esempi dei re – il riferimento è ad alcuni episodi biblici – ti spingano a cancellare dal tuo regno questo peccato. Lo cancellerai umiliando la tua anima davanti a Dio” (Sant’Ambrogio, Epistola 51).
Ambrogio risalta, dunque, come modello di vescovo che è guida della comunità e – potremmo definirlo così – “difensore delle città”: è questa la chiave di volta della sua leadership. Ambrogio è il difensore delle città non solo fisicamente, ma spiritualmente perché difende la giustizia, la dignità umana e la libertà di coscienza di ogni cittadino.
Lo stesso conflitto tra Ambrogio e Teodosio ha favorito la crescita della consapevolezza che Chiesa e Stato hanno ambiti distinti ma insieme devono cooperare al bene degli uomini. Il cristiano, in particolare, nella società ha il diritto e il dovere di partecipare alla vita pubblica facendo in modo che la vita sociale e le relazioni nella città siano sempre ispirate alla giustizia e alla solidarietà, alla carità e alla verità. E sempre nel rispetto, ma senza timori o ritrosie di sorta, nei confronti del potere costituito.
Concludo questa mia riflessione soffermandomi sull’Anno giubilare che stiamo vivendo e che, ormai, è giunto alle settimane finali. Per chi crede è un evento di grazia e occasione speciale per crescere nella santità, è un dono straordinario da ricevere e accogliere soprattutto in un modo: con la nostra continua conversione personale.
Ognuno di noi comprende, non solo con la ragione ma con il cuore, che la vera battaglia si dà dentro di noi, nel più intimo di noi stessi e nel nostro cuore. Il nostro cuore è il luogo dove si combattono le grandi lotte che poi possono diventare anche grandi sofferenze per noi e per altri.
E più un uomo è significativo o, come si dice, più è importante ed ha compiti delicati da svolgere ogni giorno, più questa lotta diventa dolorosa e ha un impatto maggiore, esplodendo in modo fragoroso, mentre coinvolge un numero sempre più grande di persone, ossia di vite umane.
C’è in ognuno di noi – e non solo esternamente nella vita di una città o di una società – una lotta interiore fra il bene e il male che si svolge proprio nell’intimo dell’uomo, nel suo cuore, nella sua coscienza.
Quello che noi di fatto saremo per gli altri – nella giornata di oggi e di domani, nel bene e nel male – dipende proprio da noi, da quello che si agita in noi prima di manifestarsi al di fuori di noi.
Comprendiamo, quindi, che quella che sembra ed in realtà è l’azione più nascosta, sepolta nel più intimo di noi stessi, è invece realtà che appartiene al nostro io interiore e nello stesso tempo è un’azione che avrà un impatto esteriore.
Ecco perché la nostra personale conversione è, comunque, un atto sociale e comunitario. E una volta di più ci appare come la persona umana non sia mai chiusa in sé, una mera individualità, ma, al contrario, è “persona in relazione” che coinvolge molteplici soggetti e tante situazioni a noi esterne, nel bene o – Dio non voglia! – nel male.
Per tutto questo, cogliendo l’esempio di santità di Ambrogio ed anche le opportunità di grazia offerte dagli ultimi giorni del Giubileo, proseguiamo il cammino in una continua conversione personale e, insieme, comunitaria.
