Meditazione del Patriarca al Ritiro diocesano di Avvento per i Presbiteri e i Diaconi “La sofferenza del giusto e il male del mondo: Giobbe, Tobi, Gesù”(Zelarino – Centro Card. Urbani, 27 novembre 2025)

Ritiro diocesano di Avvento per i Presbiteri e i Diaconi

(Zelarino – Centro Card. Urbani, 27 novembre 2025)

 Meditazione del Patriarca Francesco Moraglia “La sofferenza del giusto e il male del mondo: Giobbe, Tobi, Gesù”

 

 

 

Indico, in premessa, i seguenti testi biblici di riferimento per questa meditazione: il libro di Giobbe, il libro di Tobia, il capitolo terzo dell’Esodo (in particolare vv. 7-15), il Salmo 139 (1-4), una parte del libro di Isaia che si riferisce al “secondo” Isaia (53,7-12), il capitolo 17 del Vangelo secondo Giovanni (vv. 6-26) e la lettera agli Ebrei (10,5-10).

Partiamo da un paio di domande. Come risponde la rivelazione cristiana alla questione del giusto che soffre e del male presente nel mondo? Se Dio è buono, perché il giusto soffre e perché c’è il male nel mondo? Sappiamo quanto Dostoevskij e altri si siano confrontati e scontrati con tali questioni.

L’Antico Testamento ci presenta due figure di giusti che soffrono e si pongono queste domande. E, come sappiamo, l’Antico Testamento è preparazione al Nuovo, ossia a Cristo che è la vera risposta. Mi riferisco a Giobbe e a Tobi (l’anziano padre di Tobia); i due sono profondamente diversi fra loro e, per questo, reagiranno in modo differente alla loro sofferenza.

La Chiesa propone la lettura dei libri di Giobbe e di Tobia durante l’anno liturgico nel tempo ordinario: Tobia nella liturgia della Messa, Giobbe nell’Ufficio delle Letture. Il Libro di Giobbe, inoltre, fa parte dei testi sapienziali, Tobia di quelli storici.

Il libro di Giobbe è stato composto attorno al VI secolo a.C., nel tempo dell’esilio babilonese dopo la caduta di Gerusalemme, ed è scritto per i Giudei deportati che ormai hanno perso ogni speranza di ritornare in Patria. Si interrogano, perciò, sul silenzio di Dio dinanzi alla tragedia che li ha colpiti. Il protagonista è un Idumeo, un uomo ricco e pio che vive nella terra di Us; la sua storia si svolge, dunque, fuori d’Israele. Giobbe appartiene alla rivelazione cosmica e non a quella profetica (abramitica- mosaica).

Il libro di Tobia, invece, è composto attorno al III-II secolo a.C., forse in una regione della diaspora giudaica; l’autore è sconosciuto. Nel libro respiriamo un clima familiare di serenità; il quadro degli avvenimenti non è coerente e fa da sfondo ad una storia romanzata in cui Tobi (l’anziano padre di Tobia) vive il dramma della sofferenza nel contesto della religione profetica.

i protagonisti delle due vicende – Giobbe e Tobi – sono così due uomini molto diversi fra loro che tuttavia credono in Dio e, in modi differenti, vivono la loro sofferenza. Nelle storie di Giobbe e Tobi ci è dato, quindi, un volto diverso di Dio.

Alla sapienza arcana di Giobbe (religiosità cosmica) si contrappone, in Tobi, la sapienza della rivelazione, ossia il Dio del Sinai, la legge (l’Alleanza). Alla protesta che Giobbe innalza a Dio, risponde la preghiera di Tobi.

Giobbe e Tobia, per un verso, si completano ed in particolare il libro di Tobia (molto successivo a quello di Giobbe) offre una visione della rivelazione dell’Antico Testamento ancora in cammino verso Cristo.

La vicenda di Tobi dice che di fronte a Dio ciò che conta è che l’uomo viva nella fede, nella pazienza, nella giustizia. Tobi non è chiamato a grandi imprese, non deve restaurare il Regno di Israele e neppure ricondurre i deportati di Ninive; gli Israeliti deportati, infatti, non faranno ritorno nella loro terra a differenza dei Giudei.

Tobi morirà esule in terra straniera, in un paese pagano e idolatra, ma – e questo è il cuore dell’insegnamento del libro – Tobi è chiamato a vivere semplicemente la “giustizia” innanzi a Dio.

Nella parola “giusto” è compendiata l’intera spiritualità dell’Antica Alleanza; i “giusti” sono persone che vivono l’indicazione della Legge dal di dentro e che creano spazi in loro per l’agire di Dio.

Tobi è uno di questo giusti e non chiede nulla a Dio se non di essere giusto, ossia di vivere in conformità alla volontà di Dio; il dramma che vive non lo priverà di una fedeltà serena al suo Dio.

L’atteggiamento di Giobbe è di tutt’altro tipo; forse proprio per questo sarà messo in questione dal libro di Tobia. Giobbe ha una visione diversa da quella di Tobi e, perciò, non deve essere considerato – come spesso avviene – il giusto per eccellenza dell’Antico Testamento.

Tobi vive la sua fedeltà a Dio, lontano dalla patria; è in esilio, ridotto in estrema povertà ma non si lamenta con Dio, accetta la sua situazione e continua a confidare nella Provvidenza. Invece Giobbe chiede a Dio perché il male lo affligge ed “esige” una risposta, perché sa d’essere innocente.

Tobi, nonostante tutto, continua a dare testimonianza della sua giustizia. È deportato a Ninive e diventa cieco compiendo un atto di carità mentre dà sepoltura agli ebrei morti, come richiede la Torah, e lo fa sfidando le leggi assire. Eppure Tobi non chiede a Dio il perché delle sue disgrazie benché sia provocato dalla moglie Anna che l’apostrofa duramente: “Dove sono le tue elemosine? Dove sono le tue buone opere? Ecco, lo si vede bene da come sei ridotto!” (Tb 2,14).

Tobi adempie al comando del Levitico, ama i suoi connazionali e rischia la vita per loro e, proprio dopo aver sepolto un israelita, diventa cieco. Tobi è giusto secondo la giustizia dell’Antico Testamento per la quale “prossimo” è il connazionale (cfr. Lev 19,18).

La giustizia – come fedeltà all’Alleanza – è il valore a cui ispirarsi e, così, il giusto non è colui che compie opere grandi e promuove l’umanità cambiando le situazioni. No, il giusto è semplicemente il frutto più bello della storia di Israele che è santo perché fedele all’alleanza; ciò non significa comunque che, per Israele, redenzione non voglia dire anche attesa.

Quando Anna, moglie di Tobi, porta a casa un capretto, frutto del suo lavoro, Tobi teme che sia stato rubato e chiede alla moglie di restituirlo; ciò provoca la dura reazione della donna che inveisce contro il marito. E Tobi, nonostante i tanti drammi che vive – la deportazione a Ninive, la cecità, la povertà – ha in sé il desiderio d’essere fedele comunque al Dio e teme che Anna possa essere venuta meno.

Giobbe, invece, rappresenta un altro modo di stare dinanzi a Dio nel dolore. Egli si lamenta, vuole una rivincita e pretende la riabilitazione per l’umiliazione subita; giunge quasi a ribellarsi a Dio; Il libro di Tobia, allora, per un verso, completa quello di Giobbe.

Giobbe si presenta davanti a Dio sfidandolo e dicendo che se mai si trovasse peccato in lui, allora lo si dica pubblicamente. Giobbe giunge all’irriverenza con le sue ripetute pretese. Tobi, no; è silenzioso, mite e paziente; vive nella povertà, nella desolazione, ormai cieco e avanti negli anni, senza più una reale speranza di ritorno in Patria. Vive in umiltà, insomma, la sua fedeltà a Dio.

Il libro di Tobia religiosamente è più alto di quello di Giobbe, nel quale non si vede un reale rapporto con Dio e con la sua trascendenza mentre in Tobia Dio appare vicino all’uomo come Colui che ascolta. Tobi sopporta con pazienza e Dio gli chiede soltanto di vivere in umiltà e fidarsi di Lui; nulla è più gradito a Dio di un’anima che vive nel silenzio e nella fedeltà.

Nel Nuovo Testamento trova compimento tutto ciò che è in Tobi. Nel cristianesimo, infatti, ciò che è visibile è inferiore alla santità di un’anima; ciò che è visibile nella Chiesa – non sminuendone l’importanza – è inferiore alla vita di un’anima che vive, ogni giorno, in fedeltà silenziosa a Dio.

Ciò che Dio chiedeva nell’Antico Testamento a Tobi era l’obbedienza all’Alleanza: un uomo non è grande per la sua ricchezza o perché è guida di altri e ciò che conta non è il prestigio, la ricchezza o il comando ma il timore di Dio e l’essere giusti.

Tutta la Chiesa visibile, quindi, vale meno di una singola anima che sia fedele a Dio; tutto ciò – ben inteso – senza nulla togliere alla Chiesa visibile che, comunque, rimane segno di una realtà invisibile che la trascende.

A questo punto, ecco sorgere altre domande: Giobbe o Tobia? Tobia sostituisce Giobbe? La risposta è che Giobbe e Tobia, insieme, preparano la strada al vero giusto, a Gesù. La vera risposta alla sofferenza la dà, infatti, Gesù.

Paolo dice, a chiare lettere, che la giustizia umana non basta perché è incapace di dare salvezza. Per Paolo c’è solo Gesù e lo dice apertamente quando afferma che per lui “vivere è Cristo” (cfr. Fil 1,21-30) o quando dice che il vivere o il morire non annullano il legame con Cristo (cfr. Rm 14, 7-9).

L’alternativa tra Giobbe o Tobia non si pone, dunque, ma piuttosto si richiede la giusta comprensione dei due libri.

Giobbe è il giusto delle nazioni, il santo del paganesimo; la sua religiosità precede l’Alleanza, ma serve anche a correggere un’idea di Alleanza che potrebbe presumere di sé.

I tre amici di Giobbe – Elifaz, Bildad e Zofar – sostengono la dottrina divenuta tradizionale in Israele circa la sofferenza del giusto; per loro la sofferenza è punizione per un male fatto. Giobbe è indignato e respinge con sdegno tale spiegazione; egli sa d’essere innocente e lo reclama.

Tale reazione è un messaggio chiaro per Israele che deve far attenzione affinché l’Alleanza non consegni ad Israele l’immagine di un Dio “inquadrabile” in schemi umani, un Dio non solo accessibile ma “dominabile” dall’uomo e, alla fine, un idolo.

Qui l’autore del libro di Giobbe sembra voler ammonire i pii Israeliti circa la possibilità di conoscere i segreti di Dio; così si ribadisce che il Dio dell’Alleanza (la religione profetica) non può sminuire o annullare il Dio della creazione, il Dio della religione cosmica.

Si pone allora per l’uomo la questione di come stare di fronte a Dio rispettandone l’“alterità”. La realtà imprescindibile è che se parla tu lo devi ascoltare ma se non ti parla non puoi costringerlo a svelare i suoi segreti.

Ritorna qui il tema del nome di Dio, rivelato sul monte Sinai a Mosè: “Il Signore disse: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto e per farlo salire da questa terra verso una terra bella e spaziosa, verso una terra dove scorrono latte e miele, verso il luogo dove si trovano il Cananeo, l’Ittita, l’Amorreo, il Perizzita, l’Eveo, il Gebuseo. Ecco, il grido degli Israeliti è arrivato fino a me e io stesso ho visto come gli Egiziani li opprimono. 1Perciò va’! Io ti mando dal faraone. Fa’ uscire dall’Egitto il mio popolo, gli Israeliti!». 1Mosè disse a Dio: «Chi sono io per andare dal faraone e far uscire gli Israeliti dall’Egitto?». Rispose: «Io sarò con te. Questo sarà per te il segno che io ti ho mandato: quando tu avrai fatto uscire il popolo dall’Egitto, servirete Dio su questo monte». Mosè disse a Dio: «Ecco, io vado dagli Israeliti e dico loro: «Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi». Mi diranno: «Qual è il suo nome?». E io che cosa risponderò loro?». Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono!». E aggiunse: «Così dirai agli Israeliti: «Io-Sono mi ha mandato a voi»». Dio disse ancora a Mosè: «Dirai agli Israeliti: «Il Signore, Dio dei vostri padri, Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe, mi ha mandato a voi». Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione“ (Es 3,7-15).

Dio svela il suo nome, nel deserto, dopo aver ascoltato il grido di dolore e la sofferenza del suo popolo; così si rivela in tale contesto, come Colui che salva.

Nello stesso tempo, mentre si mostra, si nasconde: JHWH – “Io sono colui che sono” – allo stesso tempo significa “Io sono colui che fa essere”; Dio rivelandosi si pone come eterno presente, come intimo all’uomo più di quanto l’uomo lo sia a se stesso (cfr. Sal 139,1-4).

JHWH non è uno dei tanti nomi dati a Dio: “Io sono colui che sono” e, insieme, “Io sono colui che fa essere” vuol dire vicinanza, potere sul passato, sul presente e sul futuro. Vuol dire che Dio non è prigioniero dell’eternità, né del “principio”, né della “fine”; egli è presenza viva, è contemporaneità, è presenza intima che incombe su ogni uomo e sulla storia.

Circa il Nuovo Testamento – per brevità – ci fermiamo solo su un testo del Vangelo di Giovanni (cfr. 17,6-26). Per la rivelazione del nome di Dio questo passo rappresenta un vertice; Gesù parla – siamo nel contesto dell’Ultima Cena – e dice d’essere stato inviato per rivelare il nome di Dio. Gesù è il nuovo Mosè.

La rivelazione del nome di Dio inizia con Mosè al Sinai e si compie in Gesù; in questo testo, per ben quattro volte Gesù – il vero Mosè -dice d’esser venuto per rivelare “il nome di Dio”.

D’altra parte, Gesù viene dall’ebraico Yehoshua (abbreviato Yēshūa‛), che significa “Yahweh (è) salvezza” o “Dio salva”; Yehoshua non era allora nome comune ma letteralmente significava “Dio salva” e quindi racchiude e comunica l’intera missione di Gesù: portare la salvezza al popolo.

La risposta di Dio sul male nel mondo e sulla sofferenza, in particolare dei giusti, non si risolve con spiegazioni filosofiche o ragionamenti ma attraverso un’azione, il coinvolgimento personale di Dio nella storia: un vero dramma.

La risposta di Dio è l’incarnazione, la morte, la risurrezione; “dramma” deriva dal greco δρᾶμα (dramma), ossia “azione” o “atto”, dal verbo δράω (dráō), “fare” o “agire”. Questo legame con l’azione è alla base del suo significato nel contesto originario.

La lettera agli Ebrei – cristologia sacerdotale del Nuovo Testamento – tratta della salvezza, ossia dell’incarnazione di Cristo, rivelazione ultima e definitiva del Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe.

Un’annotazione importante riguarda il salmo 40 (vv. 4- 10), citato nel testo della lettera e che presenta una piccola ma significativa mutazione rispetto al testo originario. La novità riguarda una breve espressione; al posto di “gli orecchi mi hai aperto” (Sal 40,7), la lettera agli Ebrei recita “un corpo mi hai preparato” (Eb 10,5).

Ma leggiamo il testo: ”…entrando nel mondo, Cristo dice: Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: «Ecco, io vengo – poiché di me sta scritto nel rotolo del libro – per fare, o Dio, la tua volontà»… Così egli abolisce il primo sacrificio per costituire quello nuovo. Mediante quella volontà siamo stati santificati per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, una volta per sempre  (Eb 10, 5-7;9-10).

Su questa stessa linea troviamo il “secondo” Isaia con gli oracoli pronunciati nel tempo dell’esilio in Babilonia (587-538 a.C.) circa la salvezza di Sion. Qui la morte di Cristo non è conseguenza della maledizione per una colpa commessa e che ha inizio nella colpa dei progenitori e nella loro volontà ribelle di diventare Dio; al contrario, la sofferenza e la morte di Gesù, qui profetizzata e in attesa di compimento, non è frutto della cacciata dal paradiso ma esprime espiazione ed è il dono gratuito di una vita che pone fine alla morte nel segno dei canti del Servo di JHWH (cfr Is 53, 7-12)

La risposta definitiva di Dio alla sofferenza dei singoli uomini, dell’umanità e al male del mondo è l’incarnazione del Figlio. Dio – che in sé non può patire – prende nel Figlio, che assume un corpo, il peccato del mondo e tutti i suoi dolori.

Comprendiamo, allora, come nel nome Yehoshua si compia il mistero del roveto ardente, quando JHWH ascolta in modo definitivo il gemito del suo popolo. Gesù entra nella nostra sofferenza; il Crocifisso toglie la sofferenza del mondo non con una bacchetta magica, non con delle belle parole, non con dei ragionamenti, non con dei buoni sentimenti. Il Crocifisso è l’amore che entra del mondo segnato dal peccato e, quindi, prende la forma della croce. A Pasqua la potenza di Dio si manifesta come Amore e Parola che ricreano la vita nella sua forma definitiva, seppur ancora nella speranza, come ricorda l’apostolo Paolo: “Nella speranza… siamo stati salvati” (Rm 8,24).

Così il libro di Giobbe e il libro di Tobia sono anticipazioni; la risposta vera è il Crocifisso Risorto che, ovviamente, suppone l’incarnazione. Lo ribadiamo, non si tratta di una spiegazione ma di un’azione, di un dramma. Si tratta di un “com-patire”, non un semplice sentimento, non una semplice parola; è, piuttosto, un evento reale. Solo con l’incarnazione – e poi con la croce e la risurrezione – si compie la rivelazione cristiana, ossia si contempla il volto di Dio e la sofferenza umana.

Il Dio di Gesù non è “altro” rispetto al Dio della rivelazione mosaica e, ancor prima, non è “altro” rispetto alla rivelazione cosmica, ossia, il Dio della creazione. Ma è proprio l’incarnazione che rivela la Trascendenza ultima e più vera di Dio nel suo amore ineffabile che manifesta in pienezza nella croce, evento reale, concreto e personalissimo.

Buon Avvento a noi e alle nostre comunità a cui siamo mandati per annunciare Yēshūa‛, ossia, che Yahweh (è) salvezza, che Dio salva.

 

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