Seminario Caritas Veneziana / Università Ca’ Foscari di Venezia “Ascoltare il grido dei poveri. Temi e strumenti per la costruzione di un Osservatorio delle Povertà”
(Zelarino – Centro Urbani, 7 novembre 2025)
Intervento del Patriarca Francesco Moraglia
Saluto e ringrazio il direttore della Caritas veneziana dott. Franco Sensini per l’invito e i relatori che interverranno questa mattina. Auguro a tutti un proficuo lavoro sul tema proposto.
Per “ascoltare il grido dei poveri” – titolo del nostro Seminario – è necessario avere strumenti ed elementi di conoscenza e di consapevolezza che facciano comprendere nella loro interezza i reali bisogni delle persone, tutte le dimensioni e i diversi tipi del fenomeno “povertà”, insieme alle condizioni che generano, favoriscono o, al contrario, alleviano le differenti forme di disagio e povertà.
La sensibilità personale, l’empatia e la vicinanza umana richiedono, infatti, una conoscenza oggettiva e documentata del dramma della povertà circa le cause che la generano e le conseguenze che l’accompagnano.
Qualche settimana fa sono usciti i dati Istat relativi alla povertà in Italia nell’anno 2024. Complessivamente parlando, si stima che siano oltre 2,2 milioni le famiglie in condizione di povertà assoluta per un totale di 5,7 milioni di persone, ossia più del 9% dei residenti in Italia; questo dato è sostanzialmente in linea con quello dell’anno precedente.
Poi, considerando meglio i dati, si scoprono elementi che forse non stupiscono più ma che rappresentano i “volti” concreti di questa povertà: l’incidenza della povertà assoluta si conferma sempre più alta tra le famiglie numerose e quelle composte da stranieri; nello stesso tempo si rileva che essa – l’incidenza della povertà assoluta – tende, invece, sempre più a diminuire quando cresce il titolo di studio della persona di riferimento e quando quest’ultima – la persona di riferimento del nucleo familiare – è regolarmente occupata (e, quindi, soggetto certo di reddito).
Istruzione e lavoro, insomma, sono dei potenti fattori di protezione contro il rischio e il disagio, contro l’incorrere in situazioni difficili e di povertà. La stessa Caritas italiana, in un rapporto uscito nei mesi scorsi, sottolineava lo stretto legame tra povertà e precarietà/fragilità occupazionale, che si esprime per lo più in condizioni di disoccupazione conclamata o anche, talvolta, di “lavoro povero”.
Cose non nuove, certamente, ma che ci dicono una volta di più come la realtà della povertà (e, quindi, dei poveri) sia un qualcosa che mette insieme e in rapporto fra loro più dimensioni: l’aspetto materiale con i suoi bisogni fondamentali (avere da mangiare e da bere, un letto e una casa dove stare…), l’aspetto culturale e intellettuale (quanto sono importanti l’istruzione e la formazione!), l’aspetto personale e quello comunitario, l’aspetto politico e sociale (e qui c’è anche l’impegno e la responsabilità nel creare una “rete”, una comunità, una società che prevenga e sappia superare le palesi sperequazioni, venendo incontro alle necessità quotidiane dei più fragili, dal welfare alla sanità ecc.).
Sarebbe interessante riprendere le riflessioni che san Giovanni Paolo II, in primis, aveva espresso sulle “strutture di peccato” che caratterizzano il tempo odierno. “«Peccato» e «strutture di peccato» -scriveva nell’enciclica del 1987 – sono categorie che non sono spesso applicate alla situazione del mondo contemporaneo. Non si arriva, però, facilmente alla comprensione profonda della realtà quale si presenta ai nostri occhi, senza dare un nome alla radice dei mali che ci affliggono… si tratta di un male morale, frutto di molti peccati, che portano a «strutture di peccato»” (Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Sollicitudo rei socialis, nn. 36-37). E dal peccato e dalle strutture di peccato si esce in un unico modo: con la conversione del cuore, ossia il cambiamento autentico che parte dal luogo più intimo e decisivo dell’uomo, il “cuore”.
Soprattutto in questo tempo di Giubileo è importante riscoprire la forza e la bellezza delle opere di misericordia che sono, in primo luogo, opere di carità e prossimità, di vicinanza e unione con Dio e gli uomini. Tra queste opere – come è noto – vi sono quelle “corporali” che arrivano a soccorrere le persone nelle loro esigenze e necessità di carattere materiale. Ma vi sono anche, e sono preziosissime, le opere di misericordia “spirituali” (sette come le precedenti) che vanno incontro agli aspetti delicati e fondamentali di tipo spirituale, appunto, e che riguardano la vita delle persone e le relazioni tra le persone.
Pensiamo anche solo al valore straordinario – dall’indubbio rilievo sociale – del consolare, del perdonare, del “consigliare i dubbiosi” o dell’ “insegnare” a chi ha bisogno di crescere e maturare nell’istruzione e nella formazione. “Le opere di misericordia – diceva il Santo Padre Francesco – risvegliano in noi l’esigenza e la capacità di rendere viva e operosa la fede con la carità” (Papa Francesco, Udienza generale del 12 ottobre 2016).
Un grande pensatore come Antonio Rosmini, all’incirca due secoli fa, non a caso parlava di una triplice dimensione della carità poiché – affermava – c’è una carità materiale, una carità intellettuale e una carità spirituale. E la carità intellettuale è quella che fa piena sintesi – tra mente e cuore, tra ragione e fede, tra natura e grazia, tra verità e carità – e così permette di essere concreti, reali, consapevoli e autentici nell’esercizio e nell’educazione alla carità e alla solidarietà tra le persone e tra i vari segmenti della società.
Come è noto – e concludo – poco più di un mese fa Papa Leone XIV ci ha donato l’esortazione apostolica “Dilexi te” (“Ti ho amato”) che, raccogliendo anche pensieri e riflessioni del suo predecessore Francesco, è dedicata proprio all’amore verso i poveri.
Nel finale, parlando di una “sfida permanente”, il Santo Padre scrive: “La cultura dominante dell’inizio di questo millennio spinge ad abbandonare i poveri al loro destino, a non considerarli degni di attenzione e tanto meno di apprezzamento. Nell’Enciclica Fratelli tutti Papa Francesco ci ha invitato a riflettere sulla parabola del buon samaritano (cfr Lc 10,25-37), proprio per approfondire questo punto. Nella parabola, infatti, vediamo che, di fronte a quell’uomo ferito e abbandonato lungo la strada, quelli che passano hanno atteggiamenti diversi. Soltanto il buon samaritano se ne prende cura. Allora torna la domanda che interpella ciascuno in prima persona: «Con chi ti identifichi? Questa domanda è dura, diretta e decisiva. A quale di loro assomigli? Dobbiamo riconoscere la tentazione che ci circonda di disinteressarci degli altri, specialmente dei più deboli. Diciamolo, siamo cresciuti in tanti aspetti ma siamo analfabeti nell’accompagnare, curare e sostenere i più fragili e deboli delle nostre società sviluppate. Ci siamo abituati a girare lo sguardo, a passare accanto, a ignorare le situazioni finché queste non ci toccano direttamente»” (Leone XIV, Esortazione apostolica Dilexi te, n. 105).
