Omelia del Patriarca nella S. Messa durante il pellegrinaggio diocesano dei ragazzi (Assisi – Abbazia di S. Pietro, 17 aprile 2026)

S. Messa durante il pellegrinaggio diocesano dei ragazzi

(Assisi – Abbazia di S. Pietro, 17 aprile 2026)

Omelia del Patriarca Francesco Moraglia

 

 

Cari fratelli e sorelle,

la prima lettura tratta dagli Atti degli Apostoli (At 5,34-42) ci presenta una figura significativa, anche affascinante, spesso sottovalutata: Gamaliele.

È un fariseo, un dottore della Legge “stimato presso il popolo” (At 5,34). Nel pieno della furia persecutoria, quando il Sinedrio vuole uccidere Pietro e gli apostoli, Gamaliele prende la parola.

Il suo è un intervento circostanziato, saggio, ispirato da una reale prudenza teologale: “Uomini d’Israele, badate bene a ciò che state per fare… se questa teoria o questa attività è di origine umana, verrà distrutta; ma se essa viene da Dio, non riuscirete a sconfiggerli; non vi accada di trovarvi a combattere contro Dio!” (A 5,35.38-39).

Gamaliele ci insegna così il vero discernimento! La vera prudenza non è inerzia, non è vigliaccheria mascherata o timore che si nasconde per paura del giudizio altrui o per la preoccupazione di perdere il posto.

La prudenza di Gamaliele è vera prudenza, ossia la capacità di leggere la storia alla luce dello Spirito Santo e di riconoscere l’azione di Dio, anche se rompe gli schemi umani. Gamaliele ci invita a non agire d’impulso, ma a guardare i frutti e lasciare che il tempo aiuti a comprendere.

Gamaliele richiama alle nostre menti le figure – per certi versi a lui simili – di Nicodemo e Giuseppe d’Arimatea. Raffrontando Gamaliele con Nicodemo e Giuseppe d’Arimatea, troviamo tre differenti sfumature del “credere”, non ancora in modo esplicito e dichiarato. Nicodemo va da Gesù di notte (Gv 3); Giuseppe d’Arimatea è un discepolo nascosto per paura (Gv 19,38). Tutti e tre abitano, quindi, il confine fra prudenza e timore ad esporsi.

Fin dove arriva la prudenza? Fin dove la prudenza è virtù? Quando decade a paura e opportunismo?

La prudenza è l’attesa del momento migliore per agire, la saggezza di chi sa che “non è ancora l’ora” (Gv 7,30); il Vangelo di Giovanni è caratterizzato dall’attesa dell’ora da parte di Gesù.

La prudenza diventa, invece, timore d’esporsi e pusillanimità quando, di fatto, si paralizza la fede e la si blocca.

Ma, notiamo, nel momento della massima crisi e del massimo pericolo – la croce – Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo superano la paura e si espongono, chiedono il corpo di Gesù e lo seppelliscono con tutti gli onori possibili.

Giuseppe ci insegna che, a volte, la prudenza deve cedere il passo al coraggio dell’amore, anche quando sembra tardi. Gamaliele ci insegna a riconoscere Dio nell’agire della Chiesa. Giuseppe e Nicodemo ci insegnano ad accoglierlo anche esponendosi nel momento di massima debolezza: la croce.

Alla moltiplicazione dei pani, raccontata dal Vangelo di oggi (Gv 6,1-15), segue da parte di Gesù Cristo il rifiuto della regalità terrena. E qui ritorna il tema del discernimento.

Dopo la moltiplicazione dei pani, infatti, Gesù compie un gesto inaspettato: si sottrae alla loro vista, perché la folla vuole farlo re. Gesù rifiuta la regalità terrena perché fondata e capace di garantire solamente una salvezza materiale, un benessere fisico; insomma, un pane “facile”.

Qui siamo riportati – con tutta evidenza – alle tentazioni di Gesù nel deserto:

  1. no al pane facile: la gente vuole un Messia che risolva i problemi economici, materiali e che tolga la fame materiale senza richiedere la conversione del cuore.
  2. no alla ricerca della fama e della notorietà: Gesù non cerca l’applauso delle folle, cerca piuttosto di compiere la volontà del Padre.
  3. no al potere inteso come dominio: Gesù non usa il miracolo per dominare gli uomini, ma per servirli.

La moltiplicazione dei pani non è un banchetto magico, ma il segno che Egli è il “Pane della Vita” e non il fornitore di un pane materiale. Gesù ci insegna che il cristianesimo facile – un cristianesimo che cerca solo benessere e sollievo – è una tentazione che toglie di mezzo la croce.

Dostoevskij, Pascal e il cristianesimo “facile”: qui siamo trasportati al tema drammatico, quasi profetico, che Dostoevskij affronta nell’episodio de “Il Grande Inquisitore” (all’interno del romanzo “I Fratelli Karamazov”).

L’Inquisitore rimprovera a Gesù proprio di non aver accettato quanto gli veniva proposto dal tentatore e di aver dato libertà agli uomini invece della felicità sicura del pane.

L’Inquisitore propone un cristianesimo “facile”, che asseconda i limiti della persona umana, togliendo la responsabilità e la fatica d’essere liberi; un cristianesimo che si allea sempre col potere per garantire tranquillità e quieto vivere.

Questo è il medesimo pericolo chiaramente visto e denunciato da Pascal, ovvero un cristianesimo che si adatta alle nostre comodità e che confonde il male minore col bene possibile.

Pascal ci ricorda e insegna che la vera fede esige un cuore coraggioso, non soltanto una mente acuta; la fede, poi, non cerca le vie comode o le facili scorciatoie. La frase latina che spesso risuona in questo contesto – “[Ecce] Patres, qui tollunt peccata mundi” – ci ricorda che soltanto Cristo – e non un Messia terreno o una comoda filosofia – è in grado di togliere i peccati del mondo passando attraverso il sacrificio e non attraverso il facile consenso.

Gamaliele, dunque, invita noi e i cristiani di ogni epoca a non essere precipitosi nei giudizi. Giuseppe e Nicodemo ci insegnano che la fede può e deve vincere la paura. Gesù, nel deserto e nella moltiplicazione dei pani, ci insegna che la sua regalità non è di questo mondo.

Non sogniamo e non rincorriamo un cristianesimo che ci sollevi dalla fatica della libertà! La vera pace – quella che dà Gesù e che il mondo non può dare – non è l’assenza di problemi (il pane “facile”), ma la presenza di Dio nella nostra vita (il “Pane della Vita”).

Chiediamo la grazia di riconoscere l’opera di Dio, anche quando ci chiede di rischiare, per non trovarci – come temeva Gamaliele – a combattere contro di Lui.

La vera libertà è il risultato di un cammino fedele e di una continua ricerca della verità nella propria vita che ci porta a non voler compiacere nessuno, a non voler piacere a nessuno e a non adulare nessuno, tanto nelle cose che diciamo quanto in quelle che facciamo.

 

 

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