S. Messa per la dedicazione della chiesa parrocchiale di San Pietro Orseolo (Carpenedo, 10 maggio 2026)

S. Messa per la dedicazione della chiesa parrocchiale di San Pietro Orseolo (Carpenedo, 10 maggio 2026)

Omelia del Patriarca Francesco Moraglia

 

 

 Carissimi,

rivolgo il mio saluto a questa comunità di San Pietro Orseolo, al parroco don Corrado, a don Rinaldo e a tutti coloro che hanno contribuito affinché si potesse giungere a questa significativa celebrazione liturgica.

La dedicazione di un edificio destinato al culto ci fa crescere nella consapevolezza che il Signore risorto è sempre in mezzo ai suoi discepoli.

 

  1. Un evento di grazia

Consacrare una chiesa – desidero sottolinearlo – è tutt’altro che inaugurare un edificio. Oggi noi consacriamo la chiesa parrocchiale che è intitolata a San Pietro Orseolo, doge e monaco.

La dedicazione di un edificio a Dio vuol dire “separarlo” dalle realtà profane e destinarlo solo a Dio, al suo popolo e alla preghiera. In un mondo segnato sempre più dal disincanto e dove tutto è funzionale, l’edificio-chiesa si pone come oasi “sacrale”, luogo idoneo per l’incontro con Dio e il suo mistero.

Il sacro non dice paura, timore, spavento nei confronti di Dio; dice, piuttosto, la consapevolezza che Dio è “l’Altro”, è il Santo, anzi, il tre volte Santo e noi abbiamo bisogno d’incontrarlo in uno spazio degno. Così l’edificio-chiesa, all’interno della città e del quartiere, è la “tenda” di Dio tra gli uomini, come ci ricorda il libro dell’Apocalisse (cfr. Ap 21,3).

 La prima lettura, tratta dal libro dell’Apocalisse (Ap 21,1-5a), ci presenta la mèta finale: la Gerusalemme celeste che scende dal cielo. La chiesa consacrata è la profezia della futura città santa e ci ricorda che il nostro mondo è destinato ad essere trasformato.

 Nella seconda lettura (1Cor 3,9c-11.16-17), l’apostolo Paolo scrive ai Corinti: “Voi siete tempio di Dio”. E poi aggiunge: “Nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo”. La chiesa è solida non tanto per i materiali con cui è costruita ma perché è edificata in Cristo, pietra angolare, e noi siamo le pietre vive.

Nel Vangelo di Giovanni (Gv 2,13-22), poi, è Gesù stesso a purificare il tempio, lo spazio sacro: “Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere” (parlando così del tempio costituito dal suo corpo, dalla sua persona).

La chiesa non ha solo la funzione di spazio recettivo per la comunità e non ha mai uno scopo unicamente funzionale. Proprio per questo vi chiedo di fare attenzione a tutti i gesti che si compiranno in questa liturgia della dedicazione della chiesa che, quindi, non può ridursi ad un “contenitore” capace di accogliere il numero maggiore dei fedeli. La chiesa, piuttosto, è luogo in cui Dio parla e noi parliamo a Lui. In chiesa ogni linea architettonica, ogni pietra, deve elevare il cuore.

Noi viviamo gran parte del nostro tempo lavorando, gioendo e soffrendo fuori del tempio. Dobbiamo, a tutti i costi, riscoprire il senso del sacro per leggere il profano con gli occhi di Dio. La chiesa non è una fuga dal mondo; al contrario, è il luogo dove impariamo a trasformare il mondo portandovi la luce della Risurrezione, la luce della Pasqua.

L’edificio-chiesa, costruzione di pietra, va inteso simbolicamente, ossia ci dice che la comunità che vi s’incontra è la Chiesa viva. Infatti, come scrive l’apostolo Pietro nella sua prima lettera, noi siamo “pietre vive” (1Pt 2,5), pietre spirituali che ne compongono l’edificio spirituale.

La chiesa – come vedremo fra poco – è consacrata con l’olio e in tal modo ogni battezzato diventa, nella sua persona, tempio dello Spirito Santo.

 

  1. I segni liturgici – l’altare, gli amboni, la vasca battesimale – non sono solo oggetti. I canti liturgici non sono solo composizioni musicali con un fine umano. No, sono il linguaggio di Dio

Vediamo ora alcuni segni liturgici che caratterizzano la nostra chiesa.

La Porta: entrando, lasciamo fuori ogni distrazione, fretta, ansia. La porta è Cristo, Lui è il passaggio che conduce al Padre. Siamo così invitati a guardare alla porta della chiesa non come a un semplice accesso funzionale all’edificio ma come al portale. È la soglia tra il profano (mondo) e il sacro (chiesa), tra il “mondo” esteriore e la casa di Dio (luogo del silenzio, della preghiera, del canto, della comunità che si rivolge al Signore). Passando quella porta, siamo invitati a lasciar fuori le ansie e le scadenze della nostra agenda. La porta è lo stesso Cristo (cfr. Gv 10,7) che mi accoglie insieme ai fratelli.

Il Battistero: è il nostro accedere alla grazia sacramentale del battesimo. Noi siamo nati a questo fonte e qui siamo stati rigenerati come figli e figlie di Dio. Il fonte battesimale è il luogo della nostra “consacrazione” a figli/e di Dio; è il fonte a cui incessantemente dobbiamo tornare a bere per la nostra rinascita. Appena si varca la soglia di una chiesa troviamo in genere l’acqua benedetta, o in battistero o vicino all’ingresso. È il ricordo del nostro Battesimo; l’acqua non è solo per la pulizia del corpo, ma è la sorgente di tutta la vita divina, è la grazia che purifica e l’atto di segnarsi con l’acqua benedetta è una immersione simbolica e questo non vuol dire non-reale ma appunto “simbolica”, nel simbolo. C ricorda che siamo figli di Dio ed anche che siamo entrati in modo solenne e pubblico nella famiglia delle famiglie che è la Chiesa; è il “sì” visibile e pubblico alla salvezza.

L’Ambone è la mensa della Parola; è, quindi, il monte Horeb, il monte delle beatitudini, è la montagna sacra in cui Dio abita e da cui parla. In chiesa non si legge la Bibbia come libro di erudizione e cultura ma come Parola che è proclamata e che evangelizza. In chiesa, nell’azione liturgica, la Parola è viva ed efficace.

 L’Altare: viene unto dal vescovo col Sacro Crisma e non è solo una tavola o un tavolino. No, è il punto focale; è simbolo di Cristo, pietra angolare, è lo Sposo che si offre; è Cristo stesso. È la mensa del sacrificio eucaristico e del convito pasquale; è il cuore sacro di tutta la chiesa, è il luogo della comunione con Dio. I gradini che vi conducono non sono funzionali per superare un dislivello; si tratta di salirli pensando che indicano un’elevazione interiore. L’altare è “la soglia dell’eternità” ed è il luogo dove il cielo e la terra si congiungono. La sua forma deve dire solidità e capacità di simboleggiare la verità di Cristo che, in quanto verità, è via e vita (cfr. Gv 14,6) della comunità e dei discepoli, la Chiesa.

Il Tabernacolo: la fiammella o lampada che arde vicino al tabernacolo non è semplice illuminazione. La luce è, infatti, il simbolo dell’anima accesa, dalla presenza di Dio e che vive la veglia della fede. Quella luce a fianco del tabernacolo dice: “Lui è qui”, anche quando il sacerdote non c’è. È la luce che non si spegne, la presenza permanente di Cristo nel sacramento che arde per noi.

La Croce e le Luci: le 4 croci che verranno unte sulle pareti ricordano gli apostoli, fondamenta della Chiesa, e infine la luce delle candele ci ricorda che Gesù Cristo è la luce del mondo, luce che illumina le nostre anime bisognose della luce di Cristo, soprattutto nelle loro zone d’ombra che le caratterizzano.

Tutti gli oggetti sacri – altare, tabernacolo, ambone, battistero, candele ecc. – non sono insomma semplici arredi, ma segni che valorizzano la sacralità e il nostro incontro con Dio. E ci aiutano, se ne comprendiamo il significato, a vivere la Santa Messa in modo sempre nuovo.

 

  1. Vivere il sacro nella quotidianità

Cari fratelli e sorelle, questa chiesa che oggi è consacrata viene affidata alle fede di questa comunità che ha dimostrato più volte – sia in occasione della sua costruzione, oltre cinquant’anni fa, sia adesso con la sua ristrutturazione e dedicazione – tutto l’affetto, l’attaccamento e la generosa partecipazione della comunità a questo luogo di culto. Sì, questa chiesa parla ora alla vostra comunità in modo nuovo e ogni volta che vi entrerete cercate il silenzio, il sacro, la preghiera, la comunità che guarda a Gesù e al Padre, nello Spirito Santo.

“Se mi amate –  dice Gesù –, osserverete i miei comandamenti” (Gv 14,15); l’amore, infatti, nello scorrere del tempo, prende il nome di fedeltà. E, quando uscirete da questa chiesa, dopo aver celebrato l’Eucaristia, sentirete d’essere chiamati a vivere come coloro che portano Cristo nelle case, nei luoghi di lavoro e dappertutto, rendendo il mondo più sacro, ossia impregnato della presenza di Dio.

Questa chiesa di San Pietro Orseolo, con la sua bella comunità, sia – come dice la preghiera della Colletta – “stabile dimora” del Signore e per tutti noi luogo di sosta, di ristoro spirituale e di invio missionario.

In questo luogo, cari fratelli e sorelle, imparate a fare delle vostre vite una “costruzione santa”. Attingerete la forza per essere costruttori di unità e santità. Che la comunità diventi un faro, un luogo ove la Gerusalemme celeste scende sulla terra, dove Dio nutre il suo popolo e dove noi, pietre vive, eleviamo la nostra lode in quello che è il vero tempio, Cristo stesso.

La sacralità non è invenzione della Chiesa ma di Dio. Pensiamo a Giacobbe, svegliatosi dal sogno della scala che univa terra e cielo, che esclama: “Questa non è altro che la casa di Dio” (Gn 28,17). Prima fu la tenda o tabernacolo nel deserto, poi il tempio e, infine, essi stessi, i battezzati, saranno segni della sua presenza.

La chiesa non è il luogo dove Dio è “prigioniero”, ma il luogo in cui la comunità si raduna per incontrare Gesù risorto, per ascoltare la sua Parola e, nel sacramento, per rendere attuale la sua presenza. E per diventare comunità che pensa come Gesù, parla come Gesù e agisce come Gesù.

La sacralità della creazione giunge al suo culmine nell’uomo immagine di Dio. Consacrando questo luogo fatto di pietre terrene, ricordiamo anche che tutta la creazione è – in origine – sacra, perché è impronta del Creatore. Il cosmo è il primo santuario di Dio, è il primo santuario ove Dio manifesta la sua gloria.

 

  1. Un tempo sacro per il popolo di Dio orante e che crede, ama e spera

Consacrare una chiesa significa consacrare anche il tempo che qui si trascorre. L’anno liturgico non è solo un calendario ma la salvezza qui ed ora che si snoda attraverso i tempi di Avvento, del Natale, della Quaresima, della Pasqua, nelle feste e poi nel Tempo Ordinario. Il tempo chronos diviene kairos (grazia).

Cari fratelli e sorelle, cogliamo l’occasione per rinvigorire la nostra fede e le nostre conoscenze liturgiche e – grazie a tale indimenticabile giornata – interroghiamoci sul modo in cui “partecipiamo” alla liturgia e in cui viviamo la Domenica, giorno del Signore.

Restituiamo alle parole il loro significato ed impariamo a comprendere il senso dei simboli che troviamo nella nostra chiesa. E così, attraverso la porta e l’acqua del fonte battesimale, arriveremo all’altare illuminati dalla sua luce e sempre più comprendendone il senso.

La liturgia diventerà, così, esperienza totale e totalizzante e ogni gesto compiuto in maniera consapevole – ossia pensato, ben fatto e autentico – ci renderà popolo di Dio orante, capace di una fede che sa sperare e sa amare Dio e, in Dio, i fratelli.

 

 

 

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