Intervento del Patriarca alla “Settimana della Legalità” presso l’Istituto di Istruzione Superiore A. Pacinotti (Mestre, 22 maggio 2026)

“Settimana della Legalità” – Istituto di Istruz. Superiore A. Pacinotti

(Mestre, 22 maggio 2026)

Intervento del Patriarca di Venezia Francesco Moraglia

 

 

Saluto le autorità, i docenti, gli studenti e ringrazio dell’invito all’appuntamento finale di questa “Settimana della Legalità” che ha proposto diversi incontri e momenti di approfondimento.

Avete approfondito la figura di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino, magistrati che con la loro vita hanno detto come la legalità e le regole non ci limitano ma rendono più umana la società.

Nel contesto della “Settimana della Legalità” desidero riflettere con voi sull’importanza dell’educarsi alla realtà, sia nella vita concreta sia nei contesti virtuali.

Bisogna superare un modo di relazionarsi autoreferenziale che non sa interagire rispettando gli altri e in cui i fatti oggettivi contano meno delle interpretazioni, delle nostre emozioni. Occorre riappropriarsi del contatto autentico col mondo per riconoscerlo e abitarlo come persone responsabili.

Il principio “La legge è uguale per tutti” rappresenta un pilastro della democrazia. L’art. 3 della Costituzione italiana sancisce il principio fondamentale di uguaglianza e pari dignità sociale: uguaglianza formale (davanti alla legge – primo comma) e uguaglianza sostanziale (con l’impegno dello Stato a rimuovere gli ostacoli economici e sociali – secondo comma).

Eppure, spesso, sentiamo ripetere che “non esistono fatti, ma solo interpretazioni”. Se questa massima, che ha una matrice filosofica precisa (Nietzsche), viene tout court applicata alla sfera sociale, allora si giustifica l’idea che la propria opinione vale quanto la norma oggettiva e condivisa e che il proprio agire è sempre interpretabile e, quindi, giustificabile.

Paolo Borsellino affermava che la lotta alla mafia è, anzitutto culturale e morale. E la legge àncora a fatti oggettivi e universali, garantendo che i diritti anche dei più deboli siano tutelati, al di là di chi interpreta o gestisce il potere politico, economico, finanziario o mediatico.

Il valore dell’esempio: Giovanni Falcone sosteneva che gli uomini passano, ma le idee restano e continuano a camminare sulle gambe di altri uomini. Ciò significa che la cultura della legalità richiede momenti e gesti comuni, forme simboliche, pratiche condivise, narrazioni autentiche capaci di motivare e costruire. L’ethos ha sempre un logos che lo illumina ed ha bisogno di un contesto socio-culturale che plasma i soggetti attraverso gli stili di vita; ecco la cultura della legalità che è veramente tale quando fonda la legalità sulla giustizia.

Falcone e Borsellino non sono solo due testimoni tragici, ma veri modelli di cittadinanza responsabile. La loro eredità ci mostra che lo Stato non è un’entità astratta o virtuale, tantomeno il prodotto della rete, ma è plasmato da scelte concrete di persone che scelgono il bene comune.

La rete è un’opportunità che può essere abitata bene o male; oggi l’educazione alla legalità, anche in questo ambito, è la sfida pedagogica per eccellenza. Sappiamo governare i social e gli smartphone o sono loro a governarci?

Oggi, oltre che nella vita reale, proprio su questi strumenti (e voi ne avete fatto motivo di riflessione) si innestano le forme più perfide e sofisticate di bullismo e cyberbullismo, ossia quegli atti aggressivi, intimidatori o denigratori perpetrati tramite social network, chat, email, smartphone. E ciò avviene spesso nell’anonimato e con una grande rapidità di diffusione.

Le tecnologie permettono al bullo (che non è mai solo) di raggiungere la vittima in qualsiasi momento e dovunque, eliminando “rifugi sicuri” (come le mura domestiche). Foto e video, una volta pubblicati, diventano virali e difficili da eliminare; l’umiliazione così si amplia in modo infinito. Poi il bullo non vede neanche la reazione della vittima; manca l’empatia e, quindi, l’umanità.

La rete, i social, gli smartphone, oggi, sono indispensabili ma devono essere “abitati” da persone educate a “stare” nella realtà del mondo reale e virtuale, sapendo usare questi strumenti da persone responsabili e da cittadini degni di tale nome; altrimenti ci proiettano in un mondo solo virtuale ove non ha posto la responsabilità e tutto è negoziabile. E tutto diventa “una ragazzata”!

Ma non è così: i nostri atti ci seguono e ci inseguono e recano conseguenze per noi e gli altri. E non tutto può essere negoziato o mercanteggiato. Gli algoritmi creano vere “camere di risonanza” in cui le regole della convivenza civile e il rispetto dell’altro possono facilmente venir meno, evaporare.

Vivere la legalità, oggi, nell’epoca della tecnoscienza e dell’IA, significa educarci alla realtà – anche a quella virtuale – affinché non prescinda mai dal contatto umano e riscopra il valore umano dell’empatia che, sui social, spesso viene meno e si smarrisce. L’empatia è la capacità di porsi nella situazione di un’altra persona o, più esattamente, di comprendere immediatamente l’altro (cfr. Vocabolario Treccani) ed è ciò che serve nella vita, più della pura intelligenza o di una articolata ma indifferente cultura.

Conoscere e rispettare le regole nella vita reale e nel mondo virtuale è il primo passo per essere cittadini responsabili.

In conclusione: è importante orientarsi nella complessità, saper abitare la realtà reale e virtuale. Ritorniamo da dove eravamo partiti: l’esigenza di essere ancorati alla realtà e di non lasciarsi catturare dalla trappola dell’indifferenza, del relativismo e della post-verità (secondo cui la verità non esiste e allora non si dà più una realtà oggettiva, ma un insieme “fluido” di narrazioni).

Alcuni punti fermi possono aiutarci:

  • si dà una verità oggettiva: i fatti non contano meno delle nostre emozioni o delle interpretazioni di parte;
  • quali “narrazioni”: facciamo molta attenzione al linguaggio nei media (social network, televisione) perché talora, se non spesso, manipola e non educa al ragionamento;
  • la reazione al disincanto e alle promesse disattese lascia in noi, infine, un vuoto che spesso è colmato da messaggi semplicistici, immediati e di facile presa, polarizzanti e divisivi.

Pensiamo a ciò che accade sui social network. Una notizia falsa (fake news), magari costruita con un titolo forte o un video decontestualizzato, riesce a diffondersi più velocemente di una notizia vera e verificata. Perché? Perché fa leva sulla rabbia, sulla paura o sull’emotività.

In molti casi si condivide in rete del materiale senza aver controllato le fonti, senza chiedersi se ciò che leggo e diffondo corrisponde ai fatti. Ed è qui che si vede la differenza tra lo spettatore sprovveduto e i soggetti responsabili, i cittadini consapevoli. Avere un pensiero critico significa anche sapersi fermare, verificare, confrontare le fonti e capire quando qualcuno ci informa e quando invece tenta di manipolare le nostre emozioni, il nostro consenso. Molti drammi iniziano qui e così.

La comunicazione in tempo reale richiede pacatezza e il saper prendere il tempo necessario per interagire se non vogliamo rimare catturati da un sistema più grande di noi.

L’educazione alla legalità – la sfida educativa, più in generale – consiste nell’attrezzarci ad orientarsi nella complessità e ad “abitare la realtà” pensando con la propria testa, favorendo un pensiero critico capace di distinguere i fatti dalle opinioni e le fake news da ciò che è vero, promuovendo una responsabilità e consapevolezza civica fondata sul rispetto delle regole e sulla democrazia.

 

condividi su