S. Messa per le esequie di mons. Dino Pistolato
(Duomo S. Giovanni Battista – Gambarare di Mira, 28 marzo 2026)
Omelia del Patriarca mons. Francesco Moraglia
Carissimi,
ritrovarci intorno all’altare del Signore dice la nostra fede in Gesù risorto vincitore della morte. E tale fede ci aiuta a vivere il momento della dolorosa separazione non come un addio “definitivo” ma come un arrivederci “ricco di speranza”.
Il nostro caro don Dino ci avrebbe ricordato con forza questa realtà, espressione della nostra fede e del nostro battesimo, e ci avrebbe richiamato anche quel passo della lettera ai Romani appena ascoltato: ”Non siate pigri nel fare il bene, siate invece ferventi nello spirito; servite il Signore. Siate lieti nella speranza, costanti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera“ (Rm 12,11-12).
Mi rivolgo alle sorelle Marilena e Lucilla, ai fratelli Mauro, Mirco e Gianni, che ci vede dal cielo, ai nipoti, ai cognati, alle cognate, ai tanti che gli hanno voluto bene.
La Chiesa è la comunità di Gesù, il Risorto, ed è proprio grazie a Lui, vincitore della morte, che tutto prende una visione diversa.
Il tempo liturgico che stiamo vivendo – siamo alla vigilia della Settimana Santa – parla di morte e di risurrezione, parla della vittoria di Gesù sulla morte; anche su tutto questo don Dino ci chiederebbe di fermarci e riflettere.
C’è tristezza? Sì, e grande. Ci sono lacrime? Sì, e tante. Ma tutto questo si unisce ad una certezza, non a un pio desiderio o a un auspicio ma ad una certezza. Sì, perché la speranza cristiana è certezza che, dopo il drammatico momento della morte, dinanzi al quale nessuno può opporsi, l’ultima parola su di noi non sarà la morte ma la vita.
Chi non crede nella risurrezione e nella vita eterna non crede neppure in Dio, perché Dio ama di un amore eterno. Dio è la sua stessa eternità e, quindi, è proprio il suo amore eterno a mantenere in vita – anzi, nella pienezza della vita – i nostri cari morti, il nostro carissimo don Dino e un giorno, con lui, anche ciascuno di noi.
Questo ci dice il Vangelo appena ascoltato e che è stato scelto dai familiari di don Dino. Gesù, in questo brano del Vangelo di Giovanni, parla di sé stesso ma, nello stesso tempo, di coloro che credono e crederanno in Lui, di coloro che, grazie al loro battesimo, sono già passati dalla morte alla vita: “In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà“ (Gv 12,24-26).
Le cose visibili sono di un momento; quelle invisibili, invece, eterne. Il repentino e inatteso declino della salute di don Dino appartiene alle cose del tempo, ossia alle cose momentanee, destinate a passare.
Sì, il chicco di grano che muore fa parte del tempo che passa in modo fugace; appartiene alla vita terrena, alle cose temporali destinate a cedere il posto all’eternità. Mentre muore, però, il chicco di grano produce molto frutto e proprio dal chicco che muore nasce la spiga che porta innumerevoli grani.
Chi legge con fede il Vangelo – come Parola di Dio – sa che non vi si narrano favole, che non vi trovano posto vuoti simboli, ma in esso tutto parla della realtà della Rivelazione che la sola ragione umana non può conoscere.
In una modalità a noi oggi del tutto sconosciuta – e un giorno sarà così anche per noi – don Dino è entrato nell’eternità, ossia in un nuovo rapporto con Dio sorretto dall’amore eterno ed onnipotente di Dio stesso.
Oggi stesso, con la preghiera del Vespro, entriamo nella Settimana più santa dell’anno. Tutto, in essa, è incamminato verso un sepolcro vuoto, una pietra ribaltata; delle donne si recano ad una tomba per imbalsamare un cadavere e, invece, si sentono dire: “Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risorto. Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea e diceva: «Bisogna che il Figlio dell’uomo sia consegnato in mano ai peccatori, sia crocifisso e risorga il terzo giorno»” (Lc 24,5-7).
E qui nasce la comunità di chi crede nel Risorto, la Chiesa. Ed essere Chiesa è vivere il battesimo, ossia andare verso la pienezza di vita nella verità, nel bene, nella gioia.
Secondo la logica umana, don Dino ci ha lasciati troppo presto; aveva, infatti, 68 anni. Ma le nostre vie non sono le vie del Signore, i nostri pensieri non sono i suoi pensieri (cfr. Is 55,9).
Don Dino era un sacerdote che conosceva il valore della preghiera ed era molto attento alla celebrazione eucaristica che curava molto e poneva come al centro della sua giornata.
Un sacerdote non più giovanissimo del nostro presbiterio diocesano mi ha detto come don Dino, appena ordinato, gli avesse raccomandato di preparare sempre l’omelia anche quando sarebbero stati altri a tenerla perché meditare la parola di Dio ogni giorno è il modo – gli aveva confidato don Dino – in cui il prete rimane vivo, legato al suo sacerdozio e al suo ministero.
Ricordo la prima conversazione che ebbi con don Dino; non ero ancora entrato in diocesi. Era il febbraio del 2012 e molti ricorderanno che quello fu un inverno rigido, da anni le temperature non scendevano così in basso. Telefonai in Curia per informarmi sulla situazione dei poveri e dei senza fissa dimora; mi misero in contatto proprio con lui, allora responsabile della Caritas diocesana.
Don Dino, in quel frangente, mostrò la sua grande umanità, rimanendo un po’ stupito – come mi confessò in seguito – di quella richiesta del nuovo Patriarca che domandava della situazione di dormitori, di case di accoglienza e di mense diocesane.
Don Dino a lungo (per una ventina d’anni) fu direttore della Caritas Veneziana, è stato delegato patriarcale per l’azione caritativa e poi delegato patriarcale per gli affari economici; nel 2013 divenne Vicario episcopale per i Servizi generali e gli Affari economici, Moderatore della Curia e Direttore dell’Ufficio amministrativo. Per individuare il nuovo Vicario episcopale di questo settore, dopo essermi consigliato con molti, mi confrontai anche con il Patriarca emerito il Cardinale Marco Cè e ricordo bene la sua risposta e la sua espressione: “È un generoso”.
Don Dino considerava la “solidarietà” all’interno del più ampio e significativo termine “carità” che concretamente traduceva in vicinanza, prossimità, fraternità. L’organizzazione della carità mai coincise in lui con le strutture da costruire o con l’efficientismo da ostentare; don Dino mirava alla carità cristiana che nasce dalla comunione e genera comunione.
Sapeva organizzare con passione, competenza ed efficienza, nella consapevolezza che non è possibile avere la soluzione di ogni problema e per ogni bisogno della città. Seppe e volle stare sul territorio come prete. E lo ricordiamo sempre presente agli incontri diocesani del clero, sia a quelli dedicati alla spiritualità, alla pastorale o alle tematiche amministrative.
Amava “stare sul territorio” ma sempre come prete, affrontando i problemi che oggi una società multietnica e multiculturale propone. Sapeva come muoversi in questa società composita, frammentata e post-cristiana, mai nascondendo la propria fede e l’appartenenza cristiana. Credeva anche nel segno dell’abito sacerdotale, segno di trasparenza, di gioiosa appartenenza e di servizio offerto a tutti nel nome di Cristo.
Era vicino a persone di cultura e fede differenti dalla sua, restando sempre testimone convinto di Gesù Cristo. Seppe perciò darsi uno stile che gli consentiva di non smarrire la sua identità, non dissimulando la sua appartenenza anche in contesti lontani da quello cristiano. E tutto sempre con rispetto, senza silenzi comodi o facile sincretismo.
Don Dino, nel suo intimo, fu anche un appassionato educatore, molto attento al bene degli alunni e sempre a servizio dei ragazzi oggi in situazioni difficili, spesso più grandi di loro.
Al nostro caro don Dino va il grazie dei tanti che da lui sono stati accolti, accompagnati e, quando era il caso, anche indirizzati in modo saggio, cordiale e fermo in un cammino spirituale ed intellettuale nel contesto di una società che spesso mira più al benessere che al bene.
Affidiamo don Dino alla Madonna della Salute a cui – per molti motivi – era profondamente legato.
Alle sorelle, ai fratelli, ai nipoti, ai familiari, a chi voleva bene a don Dino offriamo la nostra vicinanza affettuosa e la nostra preghiera.
