Omelia del Patriarca nella S. Messa in Coena Domini (Venezia – Basilica Cattedrale di S. Marco, 2 aprile 2026)

S. Messa in Coena Domini

(Venezia – Basilica Cattedrale di S. Marco, 2 aprile 2026)

Omelia del Patriarca Francesco Moraglia

 

 

Prima della festa di Pasqua la cronologia dell’Ultima Cena differisce tra i Vangeli sinottici e quello di Giovanni.

La questione non è tanto sapere “quando” ma “che cosa” Gesù ha voluto fare. E questa distonia tra le date ci dice soprattutto una cosa: ciò che sta a cuore a Gesù è inserirsi nell’atto che caratterizza l’Antico Testamento e rinnovarlo radicalmente nella fedeltà alla Tradizione.

Entriamo nel Triduo Pasquale, quelle tre giornate che sono una sola giornata. Se perdiamo di vista questa unità intrinseca che lega il Giovedì Santo, il Venerdì Santo e la notte della Risurrezione, saremo condannati a non capire che cos’è l’Eucaristia. E l’Eucaristia è il dono che Gesù, vincitore della morte, fa alla sua Chiesa.

La Lettera agli Ebrei – che rappresenta una riflessione teologica sul sacerdozio di Cristo – ci ricorda che, molte volte e in diversi modi, Dio ha parlato a Israele (cfr. Eb 1,1-2). E tutto questo per prepararlo a Cristo. Non mi stanco di ripetere che le molte migliaia di parole che costituiscono l’Antico Testamento, nella logica di Dio, si dispongono poi in un’unica parola di quattro lettere: Gesù.

L’Eucaristia contiene il tutto e lo contiene nel gesto della misericordia di Dio, perché Dio crea per misericordia. È la prima alleanza, quella della creazione. Poi Israele ringrazia Dio del dono della vita, delle greggi, delle primizie. C’è questa alleanza creatrice che è legata alla creazione ma che è soprattutto un passaggio verso l’ingresso storico di Dio.

Oggi la “Pasqua della creazione” rischia oggi di ridursi a una religiosità cosmica che rappresenta solo un momento all’interno del disegno totale di Dio, che è entrare nella storia e sostituire i sacrifici esteriori.

Abbiamo ascoltato la prima lettura (Es 12,1-8.11-14) con il sangue sull’architrave e sugli stipiti. La casa è il luogo dove una persona vive e dove si trasmette la vita, ma per noi è ancora un passaggio che deve cedere il passo al nutrirsi del corpo e del sangue del Signore.

L’atto del mangiare è la vita: chi non mangia muore. Ed è il grande scandalo della storia di oggi: quanti uomini, donne e bambini muoiono ancora di fame!

Eppure il nutrirsi di Cristo è un segno molto eloquente anche se noi viviamo in una società che ha smarrito il significato dei segni e si chiede solo quanto costa una cosa e come ottenerla. Abbiamo perso il linguaggio simbolico, che è il linguaggio attraverso cui l’umanità cresce.

Per l’Ebreo il sangue è il simbolo della vita e il corpo è il modo in cui una persona entra in relazione con gli altri e incontra gli altri. C’è un grande mistero nell’uomo, immagine e somiglianza di Dio.

Chi non mangia, muore. E qui c’è la risposta fondamentale per chi ha perso il senso dell’Eucaristia e la percepisce solo come un obbligo: l’Eucaristia è la tua vita, è l’incontro con il tuo Dio, un Dio che si dona.

Al di là delle differenze tra i Vangeli, in entrambe le tradizioni Gesù vuole legarsi al passato ponendo un gesto radicalmente nuovo: è Lui la Pasqua. E nell’Eucaristia avviene qualcosa di sorprendente: non siamo noi ad assimilare Cristo, ma è Lui che assimila noi a Sé.

Se non c’è la disponibilità a entrare nella logica della lavanda dei piedi, le nostre Eucaristie restano dei gesti esterni, magari anche perfetti dal punto di vista esecutivo. Nel lungo capitolo di Giovanni sull’Eucaristia Gesù dice che è lo Spirito che dà la vita e la carne non giova a nulla (cfr. Gv 6,63). Per questo dobbiamo accostarci all’Eucaristia riconoscendoci peccatori e la liturgia ci fa iniziare sempre con il “Confesso”.

Dobbiamo fare anche noi il percorso che ha dovuto fare Pietro: riconoscere di aver bisogno di essere lavati. I sacramenti, da riscoprire tutti e da vivere bene (preparati), sono le mani di Cristo: da Lui usciva una forza che risanava (cfr. Lc 6,19).

Oggi si parla di crisi dei sacramenti, ma si tratta piuttosto di riscoprirne la profondità: siamo preceduti da un amore più grande del nostro che ci attira a Sé. “Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12,20).

In Giovanni croce e risurrezione sono un unico movimento. E torniamo al Triduo che è un’unità. L’Eucaristia si comprende cogliendola come sintesi del tutto: è la ricchezza del credente. Chiediamo a Cristo, nel dono dello Spirito, di percepire la totalità nel frammento.

I segni – l’acqua, il pane, il vino, l’olio – chiedono un’avventura del cuore. Andiamo oltre la materialità e lasciamoci guidare dal simbolo, dalla misericordia di Dio. Oggi ne abbiamo particolare bisogno: siamo figli della cultura tecno-scientifica e siamo spesso succubi di una mentalità funzionale. La stessa intelligenza artificiale ci pone di fronte a un’alternativa: o diventiamo più uomini o diventiamo servi delle macchine. Non c’è altra scelta.

I sacramenti richiedono la conversione del cuore; il Triduo ci aiuti a entrare in questa logica. Torniamo a leggere i racconti della Passione e chiediamo al Signore di illuminarci e comprenderli come Lui ce li ha voluti donare.

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