Intervento del Patriarca all’incontro della Fondazione Banca degli Occhi del Veneto sul tema “La Speranza del Dono: scienza, fede e solidarietà per ridare la vista” (Mestre – Padiglione Rama / Ospedale dell’Angelo, 13 dicembre 2025)

Incontro della Fondazione Banca degli Occhi del Veneto sul tema

“La Speranza del Dono: scienza, fede e solidarietà per ridare la vista” (Mestre – Padiglione Rama / Ospedale dell’Angelo, 13 dicembre 2025)

 

Intervento del Patriarca di Venezia Francesco Moraglia

“Il dono come luce che genera vita e comunità”

 

 

Saluto i presenti e ringrazio la Fondazione Banca degli Occhi del Veneto per l’invito a questo incontro e per l’impegno a favore di tante persone a cui è ridonata la luce non solo fisicamente ma anche spiritualmente.

 

  1. Fede, speranza, scienza, donazione, antropologia umana

Parlare oggi di donazione degli organi significa entrare in uno degli ambiti che più coinvolgono la relazionalità fra le persone e ciò assume un significato particolare se pensiamo che la “relazione” è categoria imprescindibile della persona.

Con la donazione si parla di vita e di morte, di sofferenza e di speranza, di scienza e di coscienza, ma soprattutto di relazioni, di legami, di libertà e responsabilità reciproca. Parlare di donazione non è solo un discorso medico ma antropologico, filosofico, etico, teologico, spirituale.

Ogni essere umano nasce non per vivere in solitudine, ma insieme agli altri. La nostra identità non si costruisce nell’isolamento ma nell’incontro e l’essere della persona è disposto costitutivamente alla relazione che lo nutre sin da quando apre gli occhi al mondo e senza la quale non sarebbe in grado di volgersi a sé e avere coscienza piena del proprio essere.

Ed è proprio questa verità profonda che la donazione degli organi rende visibile in modo pieno: un corpo che, nel momento estremo della vita – la morte -, diventa sorgente di vita per altri.

 

  1. La scienza come strumento di vita

La medicina dei trapianti rappresenta una delle più alte conquiste della scienza contemporanea. Grazie alla ricerca, alla chirurgia, alla farmacologia e all’organizzazione dei sistemi sanitari, oggi migliaia di persone ogni anno possono tornare a vivere, a studiare, a lavorare, ad amare.

Ma la scienza, da sola, non basta. La scienza può rendere possibile il trapianto, ma non ha la forza di generare il dono. La possibilità tecnica non crea automaticamente la decisione/scelta morale. È necessaria una decisione personale, libera, consapevole: la decisione/scelta di donare. Ed è qui che la scienza incontra l’antropologia, la filosofia, l’etica, la teologia e la fede perché un trapianto nasce da un atto che non è solo tecnico, ma umano.

 

  1. Il dono: un atto radicalmente umano

Donare un organo significa affermare che il proprio corpo non è una realtà da possedere gelosamente, ma, piuttosto, una realtà profondamente relazionale. Significa riconoscere che la vita non è proprietà esclusiva (e le leggi dovrebbero tenerne conto), ma bene condiviso.

Quando una persona consente alla donazione, anche dopo la propria morte, sta dicendo: “La mia vita continua nella vita di qualcun altro”. È un gesto, quindi, che contiene una forza simbolica/reale enorme: trasforma la morte in seme, la perdita in possibilità, il dolore in speranza.

 

  1. La fede cristiana e il valore del dono

La tradizione cristiana ha sempre visto nella donazione degli organi una delle espressioni più alte della carità. Gesù stesso ha consegnato il suo corpo per la vita del mondo. In questo senso, la donazione non è solo un gesto di solidarietà: è un gesto che riflette il cuore stesso del Vangelo.

“La donazione – disse Papa Francesco nel 2019 incontrando l’Aido – significa guardare e andare oltre sé stessi, oltre i bisogni individuali e aprirsi con generosità verso un bene più ampio. In questa prospettiva, la donazione di organi si pone non solo come atto di responsabilità sociale, bensì quale espressione della fraternità universale che lega tra loro tutti gli uomini e le donne” (Papa Francesco, Discorso del Santo Padre all’Associazione italiana donazione organi tessuti e cellule – Aido, 13 aprile 2019).

Il Catechismo della Chiesa Cattolica ricorda: “La donazione di organi dopo la morte è un atto nobile e meritorio ed è da incoraggiare come manifestazione di generosa solidarietà” (n. 2296).

La donazione, quindi, è una delle forme più concrete dell’“amore che si fa carne”. Non è un’idea astratta, ma un amore che passa attraverso i corpi, le ferite, le fragilità.

Donare significa dire all’altro: “Tu sei così prezioso che una parte di me può continuare a vivere in te”.

 

  1. La persona nella visione medievale

Già nel pensiero di sant’Agostino la persona non era mai un individuo isolato. L’essere umano è creato per la relazione: con Dio, con gli altri, con se stesso. Nessuno si salva da solo, perché nessuno esiste da solo.

E, sulla stessa linea, san Tommaso d’Aquino afferma che la persona è, sì, unica e irripetibile, ma anche costitutivamente aperta alla comunione. La dignità dell’uomo non lo chiude in sé, ma lo apre alla responsabilità.

Questa visione dice che la donazione non è un gesto “straordinario” per pochi eroi: è l’espressione più alta di ciò che l’essere umano è per natura.

 

  1. Il rischio dell’individualismo contemporaneo

La nostra epoca, però, è segnata dall’individualismo. Un individualismo che ci spinge a pensare la vita come qualcosa da possedere, difendere e accumulare per noi stessi. E ne è un riflesso il trasformare in assoluto quel principio di autodeterminazione che si invoca per reclamare il preteso diritto di determinare la propria esistenza per volontà propria, sottraendo la persona al bene – che pur le appartiene in modo intrinseco – della relazione.

Tale individualismo porta inevitabilmente a considerarsi realtà “privata”, proprietà “privata assoluta”. In questo contesto, la donazione degli organi è anche un gesto controcorrente. È una smentita vivente dell’idea che siamo monadi chiuse. È attestazione e testimonianza che l’essere umano trova davvero se stesso non quando possiede, ma quando dona.

 

  1. Il volto dell’altro: Lévinas

Il filosofo Emmanuel Lévinas ha scritto che il volto dell’altro ci chiama, ci interroga e ci chiede responsabilità prima ancora di ogni legge. L’altro non è un oggetto davanti a me, ma un appello vivente.

La donazione nasce proprio da questo appello silenzioso di qualcuno che non conosco, che forse non incontrerò mai, ma che dipende da una mia decisione/scelta. È il volto invisibile dell’altro che mi chiede: “Vuoi che io viva?”. E io, con la mia libertà, posso rispondere: “Sì, lo voglio”. Per questo dono.

 

  1. Il corpo vissuto: Merleau-Ponty

Il grande pensatore della corporeità Maurice Merleau-Ponty ci ha insegnato che il corpo non è una cosa che possediamo, ma ciò che siamo. Noi non abbiamo un corpo: siamo corpo.

Come cristiani dobbiamo, senza dubbio, aggiungere: siamo anche corpo. Ma in ogni caso è corretto, anzi necessario, riconoscere che il corpo è parte non accessoria ma integrante del nostro essere e questo cambia radicalmente il modo di guardare alla donazione. Donare un organo non è cedere un pezzo di me, come un oggetto qualsiasi. È consentire che la mia stessa esistenza incarnata continui in un’altra esistenza.

È una forma altissima di comunione attraverso i corpi.

 

  1. Le cornee: ridare la luce

Tra tutte le donazioni, quella delle cornee ha un valore simbolico straordinario. Le cornee non salvano la vita biologica, ma restituiscono la vista. E restituire la vista significa restituire la luce sul mondo e la capacità di guardare che – per il pensiero antico e pure moderno – è l’analogia più forte della conoscenza intellettiva. Consente di tornare a guardare l’altro negli occhi, alta espressione di quella relazione umana che dà senso alla stessa donazione e insieme a questo – sul piano funzionale – restituisce autonomia, lavoro, relazioni, dignità.

Grazie alle banche delle cornee, migliaia di persone che vivevano nell’ipovisione o nella cecità possono tornare a vedere i volti dei propri cari, leggere e camminare senza paura. È un cambiamento che non riguarda solo l’individuo, ma l’intera rete delle relazioni.

Le malattie della vista hanno un enorme peso sociale: isolamento, depressione, perdita del lavoro, dipendenza dagli altri. La donazione delle cornee non è, quindi, solo un atto sanitario: potremmo dire che è una liberazione sociale.

 

10, La legge e la responsabilità civile

Negli ultimi anni, anche in Italia, la legge ha cercato di favorire una cultura della donazione sempre più consapevole, legata al principio del consenso informato. Questo significa che ogni cittadino è chiamato a una decisione/scelta personale che non può essere demandata agli altri.

La legge può facilitare, organizzare e tutelare. Ma, ancora una volta, non può mai sostituire la coscienza.

 

  1. Speranza: la vita che vince la morte

Ogni trapianto è una storia di speranza. È un cuore che torna a battere, un rene che purifica il sangue, un fegato che ricomincia a funzionare, un occhio che torna a vedere.

Ma c’è una speranza ancora più grande: quella che ci dice che la vita non finisce nel nulla, che l’amore è più forte della morte, che il dono non va mai perduto.

Chi dona entra in una logica che non è quella dello scarto, ma quella della fecondità.

 

  1. Conclusione: la persona come progetto

La persona umana non è solo un individuo biologico è, appunto, persona: è un progetto, una vocazione, una promessa. Ognuno di noi è chiamato a costruire se stesso non solo per sé, ma con gli altri e per gli altri.

La donazione degli organi incarna questa verità in modo luminoso:
la mia vita non si esaurisce in me ma si può allargare, moltiplicare e prolungare. Seguendo la linea antropologica della relazione, infatti, il dono mi porta in qualche modo a restituire ciò che ho ricevuto dalla vita e con la cultura.

In un tempo che spesso ha paura della fragilità, la donazione afferma che proprio dalla fragilità può nascere la forza più grande. In un mondo che teme la morte, il dono ci dice che la morte non ha l’ultima parola. In una società chiusa nell’individualismo, la donazione proclama che siamo fatti per la comunione.

Fede, speranza, scienza, donazione e antropologia umana non sono, dunque, parole separate: sono cinque nomi della stessa verità. E la vita raggiunge il suo vertice proprio nel dono.

 

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