
Condividiamo integralmente l’omelia del Patriarca Francesco Moraglia per la solenne Celebrazione della Passione di nostro Signore Gesù Cristo del Venerdì Santo, nella basilica cattedrale di San Marco Evangelista in Venezia:
“Cari fratelli e sorelle,
il Venerdì Santo è il giorno delle tenebre e della luce. Tenebre: perché il male sembra sconfiggere il bene, il giusto e il vero. Luce: perché chi ha ricevuto la grazia della fede – e la fede è una grazia, non un peso – vede oltre.
Chi ha ricevuto la grazia della fede riconosce, nel Venerdì Santo, una luce che purifica e illumina. Oggi, come credenti, non ricordiamo semplicemente un evento accaduto duemila anni fa: noi attingiamo a quell’evento salvifico ed entriamo a farne parte. Oggi la Chiesa si pone ai piedi della croce, luogo della sua salvezza, della nostra salvezza.
È il luogo dove il tempo si dilata e diventa grazia. Tutto l’Antico Testamento – le profezie, le attese, le speranze – converge sul Calvario. Lì tutto trova il suo vero significato e vi è una perfetta corrispondenza tra gli eventi della Passione e le parole dei profeti.
Le parole dei profeti attendono un compimento e questo compimento ha un nome: Cristo. Le profezie dell’Antico Testamento e gli eventi della storia della salvezza – oggi ripercorsi attraverso il profeta Isaia, la lettera agli Ebrei e il Vangelo secondo Giovanni – vanno letti insieme, intrecciando annuncio e realizzazione. Tutto si compie al Calvario, dove quelle profezie divengono carne, sangue, respiro, silenzio e, alla fine, grida di vita in Gesù.
Nell’evento della croce avviene tutto questo perché nella croce ci è donato ciò che mancava alla storia: il perdono perfetto. L’umanità era capace di progettare, di elaborare pensieri, di costruire sistemi giuridici, perfino di fare guerre, ma non era capace di perdonare. E ciò che trasforma il Calvario in salvezza è il perdono che Gesù dona a coloro che lo stanno uccidendo, cioè a tutti noi.
Isaia, da cui è tratta la prima lettura di oggi (Is 52,13-53,12), è chiamato il “profeta evangelista”. Non presenta il Servo del Signore come un eroe tragico o un guerriero sconfitto; il Servo è come un agnello condotto al macello, Colui che si è caricato dei nostri dolori; è Dio che entra nella debolezza umana. Qui il profeta contempla l’indicibile: il disprezzato, il reietto, l’uomo dei dolori diventa la salvezza del mondo.
Il Venerdì Santo è il compiersi di tale progetto che ha per autore Dio stesso. In Lui l’amore di Dio per l’umanità diventa tangibile proprio nel dono che Dio fa di sé nel Servo sofferente, inerme e apparentemente sconfitto. Il Crocifisso vince soccombendo. E croce e risurrezione non vanno mai separate.
Il salmo 22 è la preghiera che Gesù sceglie sulla croce, sospeso tra cielo e terra, nell’ora per cui è venuto nel mondo: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Non è un grido disperato, ma l’inizio di un salmo che si apre alla speranza; è una preghiera che dice una fede profonda e che attraversa anche l’oscurità del Sabato Santo.
Gesù riassume in sé il lamento di ogni giusto sofferente, di ogni innocente disprezzato. Egli sperimenta il silenzio di Dio, la derisione di chi passa sotto la croce, la spogliazione dei vestiti. Tuttavia, come il salmista, sa che il grido del povero sarà ascoltato dal Padre.
E il culmine del salmo è questo: Colui che soffre ingiustamente diventa Colui dinanzi al quale giungeranno tutte le genti, Colui che raduna i dispersi, restituisce dignità a chi non ne ha, dona la ricompensa a chi ha sofferto.
Il Venerdì Santo è questo passaggio: dalla sofferenza ingiusta alla comunione finale, dove chi ha sofferto diviene sorgente di consolazione per l’umanità intera. Il Venerdì Santo è, però, il punto più difficile del cristianesimo. È difficile perché Pietro rinnega, Giuda tradisce, gli altri fuggono… E il Calvario è lo specchio della storia: Gesù si trova tra due malfattori, circondato da una folla che provoca Dio: “Se è Figlio di Dio, salvi se stesso” (cfr. Lc 23,35-43, Mt 27,39-44).
Quanti, ancora oggi, non credono perché Dio non fa ciò che vogliono! Ma questa è la tentazione di una religione ridotta a idolo e che può diventare persino interesse o calcolo. La fede, invece, è altro.
Chiediamo, in questo Venerdì Santo, di ricevere una fede nuova e più vera. I discepoli stessi hanno faticato ad accettare la croce, durante la vita di Gesù, nella Passione e perfino dopo la risurrezione. Pensiamo anche solo a Tommaso (cfr. Gv 20).
I due discepoli di Emmaus (cfr. Lc 24) sono lo specchio del nostro cammino interiore: camminano tristi e delusi, allontanandosi da Gerusalemme, perché pensano che Dio li abbia delusi. E perché? Perché non ha fatto ciò che si aspettavano. Eppure, se guardiamo indietro nella nostra vita, quante volte anche noi dovremmo ringraziare il Signore proprio per ciò che non ci ha concesso!
Per i discepoli, il Venerdì Santo è una sconfitta, un “non senso”, la morte del profeta potente, la fine delle speranze politiche, un fallimento assoluto. Ma la croce è il senso profondo della vita.
Gesù, però, si avvicina ai discepoli di Emmaus e cammina con loro. Spiega le Scritture e mostra perché il Cristo doveva soffrire. Li guida dal non senso a comprendere il senso della Croce.
La vita è breve e il compito fondamentale di ciascuno di noi, al di là della propria vocazione, è proprio comprendere il senso della Croce. La Passione non è un incidente, non è un imprevisto: è parte del disegno di Dio, ne è il cuore.
Il cammino dei discepoli di Emmaus è anche il cammino della Chiesa e di ogni generazione: perciò bisogna crescere nella comprensione del Venerdì Santo e attraversare il silenzio del Sabato per giungere alla luce della Domenica di Risurrezione.
Siamo tutti chiamati a leggere la nostra storia non solo con l’intelligenza umana. Non siamo stati salvati da un ragionamento o da un miracolo, ma dal dono totale di sé.
Il Venerdì Santo e la Pasqua sono, dunque, inseparabili: non si può celebrare la Risurrezione senza passare attraverso la Croce. Gesù non ha eliminato la sofferenza: l’ha attraversata. E non eliminerà automaticamente la nostra, ma ci accompagnerà dentro di essa.
Il cristiano, che oggi guarda il Crocifisso, non vi vede una vittima ma il Vincitore. Abbiamo così la certezza che, anche quando il buio sembra prevalere, la Parola di Dio si compie e il suo amore ci raccoglierà con immensa compassione.
La Croce non è più un segno di disonore, ma un evento di salvezza, in cui il perdono diventa il momento più alto: quello in cui l’uomo assomiglia a Dio. E il vero perdono non si improvvisa: è dono di Dio. Finché non impariamo a perdonare, non siamo pienamente immagine di Dio.
Per questo, nel Padre nostro, diciamo: “Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori”.
Il primo martire – Stefano – muore perdonando. Andare incontro all’ingiustizia è difficile; perdonare nell’ingiustizia è possibile solo con la grazia di Dio.
Resta con noi, Signore, perché con te le tenebre possono diventare luce, la sofferenza speranza, la tristezza preparazione all’incontro con il tuo dono”.
