
S. Messa del giorno di Natale
(Venezia / Basilica cattedrale di S. Marco, 25 dicembre 2025)
Omelia del Patriarca Francesco Moraglia
Cari fratelli e sorelle,
mentre l’Anno giubilare volge al termine chiediamoci se il Natale cristiano ci appartiene ancora o se il nostro Natale è, ormai, postcristiano, ossia se è il Natale del consumismo, in tutte le sue forme e declinazioni, il Natale ridotto agli auguri di buone feste o, addirittura, alla festa delle luci d’inverno.
Con il Natale cristiano, l’impossibile accade! Il Natale cristiano è, quindi, far nostro l’impossibile che accade: Dio si fa uomo e ci introduce nella logica dell’incarnazione di Betlemme e di Nazareth (non una teoria astratta), ossia conta chi per il mondo “non” conta. Siamo capaci d’intendere il Natale come accadde duemila anni fa a Betlemme?
Queste parole di Gesù ci introducono in questo mistero: “Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli” (Mt 18,3). Diventare bambini non è augurio retorico, moralistico o mero richiamo ad una stagione ormai passata della vita; stagione, per molti versi, “felice”, se non altro perché ha dinanzi a sé tutta la vita.
No, le parole di Gesù indicano qualcosa di più. “Se non diventerete come bambini…”, vuol dire che se non scoprirete la paternità di Dio, ovvero se non diventerete figli – questo è il senso di diventare bambini – e se non abbandonerete la volontà di autoaffermazione, anche di fronte a Dio, non potrete vivere il mistero del Natale cristiano.
Non ci tratteremo mai da fratelli se non riscopriamo il volto di un Dio che è Padre e se, appunto, non ritorniamo ad essere come bambini, ossia come figli.
Guardiamo ai protagonisti del Natale: Dio che dall’eternità “progetta” il Figlio come Verbo incarnato, è il Vangelo ascoltato oggi; poi Maria e Giuseppe perché il Natale aveva bisogno di un grembo umano per farsi uomo (Maria) – e finché non ci sarà pace nel grembo della donna è difficile pensare che ci possa essere pace nel mondo – e di chi lo accogliesse per garantire a Gesù un contesto giuridico-sociale compatibile con la sua concreta realtà di uomo che vive nella storia e appartiene ad un popolo e avendo un legame con Davide (Giuseppe); Maria e Giuseppe rendono possibile e rappresentano – in modi diversi – il sì dell’umanità al Natale.
Il Natale cristiano è l’impossibile che si realizza, perché Dio ha tempo per noi e il Dio cristiano include veramente la creazione volendola elevare ad un’intimità particolare; Dio, grembo materno e principio fecondativo.
Insieme a loro ci sono i pastori e i Magi. Pur con le differenze che li caratterizzano, i pastori e i Magi rappresentano i bambini e i poveri che vengono per primi ad adorare il mistero di Dio che si fa uomo. Importante è notare come la povertà di spirito – e apertura a Dio – e va al di là ed oltre quella materiale.
I pastori erano persone illetterate e analfabete, erano poveri di ricchezze materiali ed occupavano l’ultimo gradino della scala sociale in Israele. I Magi, invece, appartenevano ad un’altra infanzia spirituale, legati ad una stirpe sacerdotale d’Oriente, uomini colti e simili ai filosofi greci; attraverso la creazione hanno visto la stella sorgere.
Ebbene, di fronte al mistero di Dio non c’è alternativa: solo chi si apre all’infanzia spirituale, ossia all’umiltà, incontra Dio.
Il Natale è il dono della pace; ciò di cui noi, in questo tempo, abbiamo bisogno e ne avvertiamo la nostalgia, soprattutto per le guerre a Gaza e in Ucraina, senza dimenticare le altre 60 guerre che si combattono, oggi, nel mondo, non meno crudeli di quelli a noi più note; il fatto è che sono più lontane e, quindi, meno conosciute ma non per questo meno sanguinose.
Gesù dice: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore” (Gv 14,27).
Ma quale pace? Che tipo di pace? Al tempo di Gesù regnava la pax romana, imposta da Roma, la pace imposta dalla pura forza delle legioni che vincevano le guerre e imponevano ai popoli soggiogati dazi e tributi da pagare. Niente di nuovo al mondo, niente di nuovo sotto il sole.
Ma la pace di Gesù è altra cosa: riconoscere che Dio è Dio e, quindi, l’uomo non può essere misura di tutte le cose ma deve riconoscere i propri limiti insieme alla propria grandezza. Pace vuole dire saper costruire delle relazioni personali, familiari, sociali e politiche a partire dalla verità, dalla giustizia e dal bene, realtà che precedono l’uomo, l’animano e lo sostengono.
Non possiamo dare gloria a Dio se non siamo uomini di pace e non possiamo avere una pace vera nel mondo se Dio non ha posto nella nostra vita. Quando si nega Dio “tutto diventa possibile”, come diceva Ivan Karamazov nell’ultimo libro di Fëdor Dostoevskij, “I fratelli Karamazov”.
La pax romana – come si diceva – era il frutto dell’imposizione della forza sugli altri, era la pace delle legioni che vincevano le guerre e poi garantivano i “diritti” di Roma, soprattutto il “diritto” di riscuotere i tributi. La pax romana, concretamente, era: divide et impera (dividi e metti in contrasto quei soggetti su cui vuoi esercitare il potere). La pax romana era: parcere subiectis, debellare superbos (risparmiare i vinti e annientare chi non si sottomette), per citare l’Eneide di Virgilio. Cosa vuol dire parcere subiectis et debellare superbos? Chi si piegava a Roma vincitrice poteva avere privilegi fino alla cittadinanza romana, con i diritti che ne conseguivano; se non ci si piegava, però, si era annientati. Vuol dire anche creare la cultura della disinformazione e della divisione, mettere gli uni contro gli altri. Niente di nuovo al mondo, niente di nuovo sotto il sole.
Ma questa pace dura finché uno dei due contendenti riesce ad imporsi all’altro. La storia del Novecento ne è esempio. La pace di Versailles non fu una pace ma – come disse Benedetto XV – la dichiarazione di un’altra guerra. Così ai circa 20 milioni di morti della Prima Guerra Mondiale fecero seguito i 60-70 milioni della Seconda. Perché si arrivò a questo?
Perché la pace era intesa come dominio del forte nei confronti del debole, del vincitore nei confronti dello sconfitto; non c’era spazio per la misericordia, per il perdono, ma solo per la volontà di rivincita sull’altro fino ad annientarlo. E questo portò ad una nuova guerra che non deflagrò nel momento in cui fu invasa la Polonia (1 settembre 1939), ma quando s’iniziò a covare odio e a pensare alla vendetta.
L’odio, le sanzioni, il venir meno di scambi culturali; la guerra inizia così, è la conclusone di un iter culturale e spirituale. Oggi si parla, poi, di guerra “ibrida” e parliamo di missili supersonici e droni come se fossero tazzine da tè o da caffè. Ed è un male quando ci si abitua a questo linguaggio perché, quando si perde la battaglia del linguaggio, si perde il rapporto con gli altri poiché il linguaggio è la forma più umana di comunicazione.
La pace di cui parla il Vangelo e che Gesù ci porta è quella della notte di Betlemme: “Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse” (Is 9,1), aveva profetizzato Isaia; “Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo” (Gv 1,9), sono le parole dell’evangelista Giovanni nel prologo del suo Vangelo. E, come abbiamo ascoltato nel Vangelo della notte di Natale, gli angeli cantano: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama” (Lc 2,14). Cantano un’armonia che dovrebbe pervadere tutta la terra ma, purtroppo, da duemila anni non è ascoltata dagli uomini.
L’armonia e il canto dicono con chiarezza che alcune realtà o notizie non possono essere frutto di ragionamento o parole. Il canto degli angeli – “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama” (Lc 2,14) – dice qualcosa di più che le parole non sanno dire.
Il cardinale Newman, di recente dichiarato dottore della Chiesa, ad un certo punto interrompe il suo rapporto epistolare con il fratello ateo perché si era accorto che, quando ci sono posizioni pregiudiziali, il ragionamento non basta. E quando fu fatto cardinale scelse come motto: “Cor ad cor loquitur” (“Il cuore parla al cuore”).
La gloria di Dio in cielo e la pace in terra sono le due facce della stessa medaglia. Quando vi è pace sulla terra si rende gloria a Dio e si dà vera gloria a Dio, perché vuol dire che l’umanità è plasmata e diventa realmente immagine di Dio: verità, giustizia, bene.
Nel momento in cui la gloria di Dio entra nella storia, diventa pace. Nel momento in cui la pace si afferma nella storia, si rende a Dio la vera gloria. Questo è il senso delle parole di Gesù: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore” (Gv 14,27). Così il Natale ridiventa cristiano.
Questa pace non è solo l’assenza delle guerre ma l’affermazione autentica che siamo fratelli – perché abbiamo un Padre comune – ed è l’affermazione autentica del Dio che è verità, giustizia e bene e che brilla oggi nel piccolo Bambino di Betlemme; verità, giustizia e bene ci appartengono, in quanto uomini e in quanto immagine di Gesù di Nazareth, il Verbo incarnato.
Buon Natale a tutti!
