Condividiami l’omelia del Patriarca Francesco per la Messa che oggi ha concluso il pellegrinaggio dei ragazzi delle Medie ad Assisi.
«Care ragazze, cari ragazzi,
in questi giorni di pellegrinaggio abbiamo imparato a conoscere meglio san Francesco e allora io vi chiedo: se vi dico “Francesco d’Assisi”, che cosa vi viene in mente? Il presepe e gli animali? Oppure un frate povero?
Bene, dimenticate per un attimo il santo con l’abito marrone che ci presenta la tradizione della Chiesa. Immaginate piuttosto un ragazzo, appena più grande di voi, sui 16/17 anni.
Il giovanissimo Francesco era il “re delle feste” di Assisi. Era ricco, vestito alla moda, sempre con il gruppo “giusto”, spendaccione, cantava a squarciagola di notte per le vie della città. E aveva tutto: soldi, amici, popolarità. Ma dentro come stava? Dentro sentiva un vuoto, perché Francesco cercava qualcosa di più grande di una semplice festa.
Siamo nella terza domenica di Pasqua e abbiamo appena ascoltato il Vangelo dei discepoli di Emmaus (Lc 24,13-35) e del loro incontro con quell’uomo che, alla fine, riconoscono come Gesù, il Risorto.
Dopo la paura del Venerdì santo, davanti alla croce, i discepoli sono tristi e confusi. Anche Francesco d’Assisi era confuso, perché la sua vita luccicante non lo rendeva davvero felice. Voleva essere un “cavaliere”, un eroe.
Allora, a quei tempi, una strada per diventare importante era quella di riempirsi di gloria in battaglia. Assisi fa guerra a Perugia e Francesco, convinto, si compra delle armature costose e parte come cavaliere. Pensa: “Ora diventerò famoso, ora sarò qualcuno!”.
Ma, invece, cosa avviene? Assisi perde e Francesco non muore, finisce in prigione a Perugia. Per un anno. Rimane al buio, sporco, malato, un fallito.
Quante volte anche a noi capita di voler essere “qualcuno” a tutti i costi? Vogliamo essere il più bravo nello sport (il numero uno della squadra di calcio!), a cantare, a suonare la chitarra, a ballare oppure essere chi ha più follower o è leader del gruppo, magari pensando che la felicità stia nell’avere o nell’essere ammirati o addirittura invidiati…
In carcere Francesco capisce che quella gloria è di natura sua effimera; anzi, per lui è finita, è svanita. La sua vera vocazione non era dominare sugli altri, ma qualcos’altro.
Quando esce di prigione, Francesco è cambiato ma è ancora “perso” e, soprattutto, cerca ancora risposte. Ed è proprio qui che accade il miracolo.
Francesco non riusciva assolutamente a sopportare la vista dei lebbrosi. A quel tempo, chi aveva la lebbra (una gravissima malattia della pelle) era considerato maledetto da Dio, doveva stare fuori città e portare una campanella per avvisare: “State lontani, sono infetto”. I lebbrosi erano considerati dei “morti viventi”, da evitare e da tenere lontani.
Un giorno, a cavallo, Francesco se ne trova uno davanti. La sua prima reazione è andar via, scappare e turarsi il naso. Ma, poi, qualcosa scatta e Francesco capisce che, se continua a scappare da chi ha bisogno d’aiuto, non incontrerà mai Dio.
Non si limita a lanciare una moneta da lontano, ma scende da cavallo. Si avvicina, vede quel volto sfigurato e… in quel volto riconosce Cristo. Francesco abbraccia e bacia il lebbroso.
Quel bacio radicale non è “fare beneficenza”. È accorgersi che Cristo non è nel lusso, ma è nascosto proprio lì, nella persona sino a quel momento più detestata e tenuta lontana nel suo dolore, nella sua povertà.
Ragazzi, chiedo la vostra attenzione su un punto fondamentale: non è stata la povertà a far sì che Francesco potesse incontrare Cristo. È stato l’incontro con Cristo (il Risorto!) a dare a Francesco la forza di scegliere la povertà. Francesco ha capito che per essere liberi, per amare davvero, non devi possedere nulla ma devi donare tutto. E si è tolto i suoi vestiti ricchi per vestire il fratello povero.
E poi, nel 1205, avviene il fatto che rappresenta il momento decisivo della sua conversione e che è, in qualche modo, richiamato anche dalle parole che avete stampato sulle magliette: “Pietre vive”.
Francesco sta pregando nella chiesa di San Damiano, che avete visitato, e ad un certo punto il Crocifisso gli parla e più volte gli dice: “Francesco, va’ e ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina”.
In un primo momento pensa soprattutto a ricostruire quell’edificio “fisico” che stava crollando e allora va in cerca delle pietre necessarie per rimettere in sesto e in sicurezza la struttura fatiscente di quell’edificio cadente. Ma, in seguito, comprende che l’invito del Crocifisso ha un orizzonte più ampio e che Francesco potrà essere colui che rinnova e “restaura” la vita della Chiesa, divenendo una “pietra viva” sul piano spirituale, una persona significativa e autentica.
In questa terza Domenica di Pasqua, Gesù risorto vuol dire anche a noi: “Non abbiate paura”. E come a Francesco anche ad ognuno dice: “Vinci la tua paura, diventa anche tu una pietra viva”.
Care ragazze, cari ragazzi, la vocazione di Francesco non è stata innanzitutto quella di diventare prete o frate. È stata, prima di tutto, una chiamata a diventare discepolo di Gesù.
Ecco che allora, a 12/13/14 anni, la tua vocazione non è solo decidere (quante decisioni rimangono tali!). No, non basta decidere. Tu devi scegliere!
Voglio essere il “re delle feste”, il leader di un gruppetto di coetanei? Mi basta questo o desidero per me, per la mia vita, qualcosa di differente.
Voglio anch’io scappare, come faceva il “primo” Francesco, davanti ai lebbrosi del nostro tempo (il compagno bullizzato, chi è lasciato solo in classe, solo tra gli amici, chi fa fatica a scuola, chi si veste male, ossia fuori di ciò che comanda oggi la moda) o desidero andare verso di loro e abbracciarli?
Francesco ha scelto di non essere solamente il “re delle feste” dei giovani di Assisi, per diventare il “fratello di tutti”. Così ha scelto la vera vita ed è divenuto una “pietra viva”, solida, compiuta, realizzata, su cui si può fare affidamento. “Pietra viva” come sono stati, in modi e tempi differenti, anche santa Chiara e san Carlo Acutis che abbiamo incrociato e conosciuto in questi giorni.
Chiediamo, allora, a san Francesco d’Assisi – al termine di questo pellegrinaggio – di aiutarci, nel tempo di Pasqua, a riconoscere Gesù, il Risorto, nei nostri fratelli e specialmente in chi fa più fatica o è messo ai margini. E chiediamogli la forza e il coraggio di scegliere Gesù, l’Amico che ci precede e ci chiede di percorrere con Lui anche le strade non facili della vita, le uniche, però, che ci riempiranno di gioia e ci renderanno felici.
Saremo anche noi “pietre vive” se sapremo amare dicendo e facendo la verità e se sapremo concretamente decidere e scegliere la cosa più giusta da fare e da dire ogni giorno. L’amore, nella verità delle nostre scelte, è la grande avventura della vita cristiana!».
