
Questa mattina il Patriarca Francesco Moraglia ha presieduto la Santa Messa Crismale con il rinnovo delle promesse sacerdotali nella basilica cattedrale di San Marco Evangelista in Venezia. Durante la celebrazione con i presbiteri, i diaconi e i fedeli della Diocesi sono stati consacrati i nuovi oli santi del Crisma, dei Catecumeni e per gli Infermi.
Condividiamo integralmente di seguito l’omelia del Patriarca (che trovate anche in allegato).
“Cari fratelli e sorelle, cari confratelli nel sacerdozio,
mi rivolgo innanzitutto a voi e alla nostra Chiesa di Venezia che – come presbiterio – siamo chiamati a servire, nella comunione e nella gioia, poiché consapevoli di recare la buona notizia di Gesù vincitore della morte ad un mondo segnato oggi da tanti fronti di morte quante sono le guerre che si stanno combattendo sulla pelle degli ultimi e dei poveri.
La novità che celebreremo a Pasqua, con le nostre comunità, è che dalla morte sorge la vita. È una verità che ribalta ogni logica umana e che Gesù esprime con queste parole: “Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12,34).
Dalla morte, la vita! È l’annuncio sconvolgente del mattino di Pasqua. Parafrasando Karl Barth – tra i maggiori teologi del XX secolo – possiamo dire che il Vangelo è il sì di Dio dove il mondo dice no e viceversa. Gesù è venuto, infatti, a insegnare la verità di Dio, non il senso comune degli uomini.
La prima lettera ai Corinti parla così della risurrezione: “…se si annuncia che Cristo è risorto dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non vi è risurrezione dei morti? Se non vi è risurrezione dei morti, neanche Cristo è risorto! Ma se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede” (1Cor 15,12-14).
Il criterio di verità non sono i Corinti morti ma il Cristo risorto. Ecco la Pasqua!
La Messa del Crisma ci presenta Gesù come l’unto del Signore che consacra, unisce ed invia; è Lui il progetto originario del Padre che si manifesta nella storia; in Lui la storia della salvezza ha la sua origine e il suo compimento.
Grandiosa è la visione dell’inno di Colossesi: “Egli è immagine del Dio invisibile, primogenito di tutta la creazione (…) è anche il capo del corpo, della Chiesa. Egli è principio, primogenito di quelli che risorgono dai morti” (Col 1,15.18).
Cari confratelli, il nostro annuncio deve tenere conto di tutto questo. Tra poco rinnoveremo le promesse sacerdotali; sono certamente impegni personali ed ecclesiali ma, prima di tutto, dicono il nostro riferimento a Cristo.
Facciamo, quindi, nostra la preghiera sacerdotale che Gesù innalza al Padre nell’Ultima Cena. Per questo, ogni giorno, meditiamo questa preghiera come primo servizio reso alle nostre comunità per poter essere veri segni di Gesù, Sommo ed Eterno Sacerdote in mezzo alla nostra gente (cfr Eb 4,14-16; 5,5-6; 7,16.25.26).
Non dobbiamo, infatti, offrire dei servizi in occasione di Gesù Cristo ma dobbiamo annunciare Gesù Cristo, a cominciare dalle nostre liturgie dei funerali in cui siamo soprattutto chiamati ad annunciare la vita eterna. Se nella Chiesa viene meno l’idea della vita eterna e del Regno, diventeremo costruttori di opere umane che poi dividono e separano, trovano consenzienti e dissenzienti.
Dobbiamo riscoprire questo tema. E dobbiamo tornare ad annunciare il nome di Dio, perché il mondo ha bisogno di questo.
Per compiere questo gesto delle promesse, in modo degno, soffermiamoci allora sulla preghiera sacerdotale che troviamo nel Vangelo di Giovanni al capitolo diciassettesimo (cfr. vv.1-26); questa preghiera segue la lavanda dei piedi (Gv 13,1-20), l’annunzio del tradimento di Giuda (Gv 13,21-38), i discorsi d’addio (Gv 14,1- 16-33).
In essa si possono cogliere quattro grandi temi: la vita eterna, la consacrazione nella verità – come pienezza di riconciliazione -, il nome di Dio che Gesù rivela in pienezza e il tema, oggi più che mai attuale, dell’unità.
Le parole di Gesù qui non hanno solo un valore storico-terreno ma anche liturgico-sacramentale. Solo Gesù, in quanto Verbo di Dio, può compiere l’antica alleanza e renderla attuale, soprattutto nella celebrazione eucaristica che genera la Chiesa e teniamo sempre viva nel nostro cuore prima ancora che nei gesti.
Con san Cirillo d’Alessandria, Ruperto di Deutz, Chytraeus, Feuillet, l’Oriente e l’Occidente, i primi secoli, il Medioevo e l’epoca contemporanea riconoscono il carattere sacerdotale di questa preghiera che è un’altissima sintesi della storia della salvezza.
Tale preghiera affonda le sue radici nell’Antico Testamento (che rileggiamo in chiave cristologica). Nel Libro del Levitico (cap. 16 e 23,26-32) si descrivono i riti di una delle maggiori feste d’Israele: la purificazione, lo Yom Kippùr, il giorno in cui il Sommo Sacerdote entrava nel Santo dei Santi e pronunciava il nome di Dio.
Quel giorno il Sommo Sacerdote offriva il sacrificio per i suoi peccati, subito dopo per quelli della sua casa e poi del popolo. Seguiva l’offerta dell’olocausto e veniva sacrificato un giovenco; un altro, infine, veniva condotto nel deserto affinché simbolicamente portasse via i peccati di Israele.
La preghiera sacerdotale di Gesù compie ciò che questi riti veterotestamentari non erano in grado di fare. Ricordiamo le nozze di Cana, le anfore per la purificazione, l’acqua che diventa vino nuovo (cfr. Gv 2, 6-11).
Recitando l’Ufficio in questi ultimi giorni di Quaresima abbiamo certamente notato il continuo richiamo alla lettera agli Ebrei che è riflessione sul sacerdozio di Cristo e che cita il salmo 40 modificandolo in modo significativo.
Le lettera pone sulle labbra di Gesù che entra nel mondo queste parole: ”Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: «Ecco, io vengo – poiché di me sta scritto nel rotolo del libro – per fare, o Dio, la tua volontà»” (Eb 10, 5-7).
Il salmo, però, recita: ”Sacrificio e offerta non gradisci, gli orecchi mi hai aperto, non hai chiesto olocausto né sacrificio per il peccato” (Sal 40,7). E qui la lettera agli Ebrei opera il cambiamento; non più ”gli orecchi” ma ”un corpo” e – come capiamo – non è questione da poco. Il “corpo” indica, infatti, l’incarnazione, ossia quella novità del Nuovo Testamento che era impensabile nell’Antico. Il culto, di cui qui si parla, porta in sé la novità del Nuovo Testamento, ossia l’incarnazione.
La salvezza cristiana, nella logica della “Parola” che si fa “carne”, è parola annunciata, sacramento celebrato, vita vissuta nella carne e nel sangue. Per questo siamo vicini ai più poveri, non per scelta etica ma per obbedienza cristologica. E ciò avviene appunto a partire da Gesù che è il nuovo tempio, il vero sacerdote, l’offerta degna.
Comprendiamo, allora, il senso del gesto e delle parole con cui Gesù purifica il tempio: “«Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». …parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù” (Gv 2,19.21-22).
Già nell’Antico Testamento Dio aveva abolito i sacrifici umani (Isacco sul monte Morìa) ma accettava quelli sostitutivi (agnelli, capri, montoni) in attesa del vero sacrificio, del vero culto, del vero sacerdote, del vero tempio: Gesù, il Cristo di Dio.
La lettera agli Ebrei lo dice in modo chiaro: Gesù, nella sua persona, una volta per sempre, offre il sacrificio degno rendendo perfetti coloro che sono santificati e abilitandoli, secondo il loro specifico, al culto che diventa senso ultimo della creazione (Eb 10,10-18).
Del “culto spirituale” [logikē latreía (λoγική λατρεία)] parla poi la lettera ai Romani: “Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale” (Rm 12,1).
Il “culto spirituale” non è mai disincarnato ma consiste nell’offrire la propria vita, preghiera, carità e, ciò, grazie alla nostra appartenenza e conformazione a Cristo.
Ora, mentre nell’Antico Testamento il Sommo Sacerdote offriva sacrifici per i propri peccati e, poi, per quelli del popolo, nel Nuovo Testamento Cristo non offre sacrifici per sé ma prega per la sua glorificazione, quella del Padre e quella dei discepoli presenti e futuri.
Ed ecco le parole di cui si serve: ”Padre, è venuta l’ora: glorifica il Figlio tuo perché il Figlio glorifichi te. Tu gli hai dato potere su ogni essere umano, perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato” (Gv 17,1-2).
Gesù, in questa preghiera, si presenta anche come il nuovo Mosè e, per ben tre volte, ritorna sul tema del nome di Dio per rivelare il quale era venuto nel mondo. Gesù (Yeshua), d’altra parte, vuol dire: YHWH è salvezza (cfr. Mt 1,21).
E non si può non sottolineare come al termine della sua vita – e proprio in questa preghiera – Gesù ritorni con insistenza sul nome di Dio: ”(Padre) Ho manifestato il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo… Padre santo, custodiscili nel tuo nome, quello che mi hai dato, perché siano una sola cosa, come noi. Quand’ero con loro, io li custodivo nel tuo nome, quello che mi hai dato…” (Gv 17,6.11-12).
Si compie così il libro dell’Esodo, si compie la rivelazione: il nome di Dio è Gesù ed è Lui che dobbiamo annunciare. E non dobbiamo temere il “politicamente corretto” che è una malattia capace di infettare tutti, anche chi crede di esserne esente.
In questo anelito di unità troviamo, inoltre, il vero significato delle parole dette da Caifa – in quanto sommo sacerdote in carica -, ovvero che Gesù doveva morire al posto del popolo. La spiegazione dell’evangelista Giovanni è nota: ”…non soltanto per la nazione, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi ”(Gv 11,52).
Il senso ultimo della creazione è l’Alleanza che ha il suo punto più alto nel culto. L’Alleanza è, insieme, comunione e culto a Dio nel sì detto attraverso un atto libero e spirituale che si “innalza a Dio” [prosphérein (cfr. Eb 5,1)]; questa è l’offerta che si dà attraverso il culto spirituale [“logike latreía” (cfr. Rm 12,1)].
Già la teologia rabbinica – lo sappiamo – considerava l’Alleanza come la ragione intima e il fine della creazione, in grado di suscitare un popolo santo capace di comunione con Dio; tale fine si realizza però veramente soltanto in Gesù Cristo.
Cari confratelli, rinnoviamo ora le promesse sacerdotali e viviamole come segno della nostra intima unione a Gesù l’Eterno e Sommo Sacerdote. Viviamole! Altrimenti serve a poco rinnovarle… Le rileggiamo ogni tanto? Sono il segno della nostra appartenenza a Cristo.
Questo vuol dire far nostra ogni giorno la preghiera sacerdotale pronunciata da Gesù nell’ultima cena e vivere il sacerdozio secondo quello che esso è propriamente; questo sia il primo atto di ministero che, ogni giorno, compiamo a favore delle nostre comunità, così da essere segni concreti di Gesù, eterno e sommo sacerdote (cfr Eb 4,14-16; 5,5-6; 7,16.25.26).
Un sacerdote di Milano ha predicato, poche settimane fa, gli esercizi spirituali ai Vescovi del Triveneto e un giorno ci ha letto la lettera di un suo ex parrocchiano che si firmava “un ex credente”. Questa persona, tra le altre cose, affermava: “Io giro molto per il lavoro, in Italia e non solo, e vado un po’ giro nelle chiese… Quante cose fate! Costruite, organizzate, pianificate gite, conferenze e strutture… Insegnate alla gente a pregare, perché l’unica nostalgia che io ho è quando da giovane abbiamo fatto un incontro di preghiera sulla pace”.
Ricordiamo infine i confratelli anziani e malati, anche chi è in difficoltà spirituale, e preghiamo per quanti il Padre ha chiamato a sé in quest’ultimo anno: don Italo Sinigaglia, don Vittorio Scomparin, don Lucio Panizzon, don Sandro Scarpellini, don Luigi Trevisiol, don Corrado De Fanti, don Dino Pistolato.
Un saluto fraterno a don Rafael Mejia, ordinato nel giugno scorso e che vive per la prima volta, da presbitero, la giornata del Giovedì Santo.
Rivolgiamo una preghiera speciale per il Santo Padre Leone che il Signore ci ha donato quasi un anno fa, dopo la morte di Papa Francesco avvenuta il lunedì della scorsa Pasqua.
Affidiamo il nostro presbiterio e in particolare il nostro Seminario, che quest’anno ha avuto la gioia di cinque nuovi seminaristi, alla protezione della Madonna della Salute, la Madonna dei Veneziani, mentre ci apprestiamo a vivere con le nostre comunità i giorni del Triduo e della Santa Pasqua.
E non stanchiamoci – soprattutto in questo tempo così difficile – di essere “politicamente scorretti”: parliamo di pace e compiamo gesti di pace. Rompiamo con la logica del mondo; la pace è il dono pasquale di Cristo.
Buon Giovedì Santo e buona Pasqua a tutti!”
