Omelia del Patriarca nella S. Messa per il Precetto Pasquale Interforze a favore del personale delle Forze Armate e Corpi Armati dello Stato presenti nel territorio della Città di Venezia (Venezia – Basilica Cattedrale di S. Marco, 26 marzo 2026)

S. Messa per il Precetto Pasquale Interforze a favore del personale delle Forze Armate e Corpi Armati dello Stato presenti nel territorio della Città di Venezia

(Venezia – Basilica Cattedrale di S. Marco, 26 marzo 2026)

Omelia del Patriarca di Venezia Francesco Moraglia

 

 

Saluto le autorità militari e civili e tutti voi qui presenti per la Messa del Precetto Pasquale Interforze che celebriamo, nella nostra splendida basilica marciana, quando siamo giunti ormai nel tratto finale della Quaresima e quasi alle soglie della Settimana Santa che culminerà nella Pasqua.

Il tempo forte della Quaresima, com’è noto, è per il cristiano un cammino di riscoperta del dono del battesimo; nei primi tempi della Chiesa coincideva con il percorso di preparazione al battesimo da parte dei catecumeni e in seguito, dal IV secolo in poi, si caratterizzò come un tempo di carattere penitenziale, come un cammino di conversione e rinnovamento interiore e profondo per ogni credente. È, appunto, il periodo che in tal modo prepara alla celebrazione della Pasqua che è il cuore della nostra fede: la passione, la morte e la risurrezione del Signore Gesù.

Ognuno di noi, secondo lo specifico stato di vita e quindi anche chi è militare, è interpellato e chiamato ad onorare il dono del battesimo che abbiamo ricevuto e a vivere perciò, con libertà e responsabilità, questo tempo / questo cammino che può ravvivare e ridare lucentezza al nostro battesimo.

Dai Vangeli sappiamo che Gesù proprio ad un militare – un centurione che lo aveva interpellato perché guarisse il suo servo malato e sofferente – riserva uno dei complimenti più belli: “In verità io vi dico, in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande!” (Mt 8,10). E quel centurione è stato uno dei tanti militari credenti che hanno attraversato la storia; pensiamo anche solo a quell’altro centurione che, sotto la croce e nel momento della morte, riconosce la divinità di Gesù (“Davvero costui era Figlio di Dio” – Mt 27,54) oppure a figure di santi come Sebastiano e Martino di Tours.

Carissimi, il Precetto Pasquale Interforze di quest’anno 2026 non può prescindere da alcune riflessioni sul tema della guerra da cui siamo sempre più interpellati. Viviamo un tempo dilaniato da un numero crescente di conflitti sempre più cruenti e protratti nel tempo rispetto alle previsioni di chi li ha iniziati.

Siamo – come più volte diceva Papa Francesco – in un contesto di “guerra mondiale a pezzi” e i fronti di guerra più noti e sempre più caldi – lo sappiamo bene – sono l’Ucraina, il Medio Oriente e l’Iran.

Lo sforzo, pertanto, è di offrire una riflessione che unisca innanzitutto Vangelo, Dottrina Sociale della Chiesa e interventi del Magistero; sono tre ambiti differenti fra loro ma chiamati ad interagire per evitarci di cadere o in visioni fondamentaliste che generano un corto circuito tra la parola di Dio e situazione reale oppure delle visioni astratte di tipo non soltanto ideale ma, addirittura, ideologico.

Da sempre il tema della guerra – inteso anche nei termini di legittima difesa – ha rappresentato una questione delicata e, talvolta, facilmente strumentalizzabile. Oggi, più che mai, innanzi allo sviluppo del potenziale distruttivo degli armamenti di ultima generazione, è un argomento difficile da affrontare per ricavarne indicazioni etiche obiettive e fondate.

Partiamo, allora, da alcuni punti ineludibili: la dignità inviolabile della persona umana che, di fatto, risulta coinvolta in ogni guerra; il primato indiscusso della pace; la questione spinosa della giusta difesa dell’innocente attaccato ingiustamente; la responsabilità morale del militare che deve, comunque, rimanere servitore del bene comune e non della violenza.

Il militare resta sempre responsabile della sua dignità di persona, perché è persona libera e responsabile che sempre deve agire secondo scienza e coscienza. E il messaggio non può e non deve essere quello di un pacifismo astratto né quello di chi giustifica la guerra come strumento per risolvere le controversie tra gli Stati.

Attingiamo quindi dal Vangelo, dal suo linguaggio e dai suoi criteri. E attingiamo senza timore dalle beatitudini evangeliche, dalle virtù della misericordia, della giustizia, della verità.

Guardiamo ai principi che consentono di operare un sano discernimento in una materia, da sempre, delicata ma che oggi, con l’irruzione dell’IA nell’industria bellica, è diventata questione non solo essenziale ma prioritaria per la sopravvivenza della stessa umanità; è in gioco, insomma, la sopravvivenza del pianeta e, anche per questo, oggi è diventato più che mai difficile parlare di guerra “giusta”.

Il principio della legittima difesa, per essere veramente tale, deve rispondere al criterio della risposta sempre proporzionata. Ma oggi, di fronte all’enorme crescita del potenziale delle attuali armi, è urgente riconsiderare con attenzione l’etica dei limiti sia nei confronti dello ”ius ad bellum” sia dello ”ius in bello”.

La Dottrina Sociale della Chiesa oggi è chiamata a riflettere con attenzione sulla guerra nelle sue differenti e possibili tipologie e sapendo che presenta una sostanziale differenza rispetto ad un recente passato. Fedeli ai principi della Rivelazione e della retta ragione, è urgente ripensare il principio della libertà di coscienza e del suo esercizio, come la tutela delle persone più vulnerabili.

La posta in gioco è alta: senza una guida chiara, il discorso inevitabilmente si polarizza e perde la sua efficacia. Il Vangelo rimarrà – seppur in dialogo con una realtà che evolve – il criterio per discernere azioni e comandi.

Siamo chiamati così ad assumerci la responsabilità d’interloquire con la coscienza di chi porta armi ed è deputato, dal legittimo potere, ad usarle senza, per questo, rinunciare innanzitutto alla virtù della misericordia, della giustizia, della verità.

L’orizzonte all’interno del quale ci muoviamo è il Vangelo, la Dottrina Sociale della Chiesa e il Magistero della Chiesa. Punti “imprescindibili” – lo ripetiamo –  sono la dignità di ogni vita umana, la centralità della pace intesa come opera di giustizia, il ripudio della violenza fine a sé stessa.

La legittima difesa si collega poi con la responsabilità che contempla il proteggere gli innocenti e la proporzionalità della risposta, non tralasciando il rispetto del diritto umanitario (“ius in bello”) tra cui il dovere morale del militare di rifiutare ordini ingiusti.

La Pasqua – che sta dinanzi a noi, al termine della Quaresima – come criterio, come vittoria della vita sulla morte, come vittoria della riconciliazione e del perdono senza ingenuità. La croce sempre smaschera il male e la risurrezione fonda una speranza attiva.

Quale messaggio specifico è rivolto, allora, a chi serve il Paese come militare?

  • il militare è e deve rimanere servitore del bene comune, custodire la legge e la vita; non è mai esecutore di vendetta;
  • il militare è e deve rimanere un soggetto che sa controllare l’uso della forza, rispettando sempre i civili;
  • il militare sa distinguere la giustizia dal cinismo, la misericordia dalla resa;
  • non cade nell’astrattezza religiosa, ovvero non lega le beatitudini a scelte concrete, operative;
  • il militare è capace di risposte proporzionate, di proteggere i vulnerabili e si rifiuta di eseguire ordini illeciti.

La pace assoluta, è, in realtà, ideale escatologico e criterio ultimo. E all’ideale della pace assoluta pone in maniera speculare la sicurezza immediata e di protezione nel presente.

Nell’oggi dobbiamo così operare in favore di una pace che sia “progetto responsabile”, esercitato a partire dalla giustizia, senza limiti morali e con finalità di riconciliazione.

Si tratta, in sostanza, di lavorare per costruire quanto segue:

  • perseguire la dignità umana racchiusa nel binomio pace-giustizia, con la responsabilità di contrastare l’allargarsi della “guerra a pezzi” considerandola inevitabile;
  • saper educare i singoli e le comunità alla preghiera e, in specie, alla preghiera per la pace;
  • riuscire a meditare più a lungo le beatitudini e pagine del Vangelo come quella del buon samaritano;
  • fare appello – con impegni concreti – alla protezione dei civili, al rispetto dello “ius in bello” e anche al sostegno e all’accompagnamento spirituale.

A tutti auguro un tempo di conversione, di rinnovamento e di pace e, sin d’ora, una buona Pasqua di risurrezione!

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