Omelia del Patriarca nella S. Messa per i funerali di don Luigi Trevisiol (Eraclea – Chiesa S. Maria Concetta, 13 marzo 2026)

S. Messa per i funerali di don Luigi Trevisiol

(Eraclea – Chiesa S. Maria Concetta, 13 marzo 2026)

Omelia del Patriarca Francesco Moraglia

 

 

Carissimi,

siamo qui per rivolgere il nostro cristiano saluto al caro don Luigi giunto al termine del suo cammino terreno, segnato per oltre 65 anni dal sacramento dell’ordine che si è inserito sul sigillo della grazia del santo battesimo che ricevette in questa chiesa più di 92 anni fa.

Esprimo le mie condoglianze e quelle del presbiterio e dell’intera Chiesa che è in Venezia al fratello Lauro, alla cognata Oriana, ai nipoti e a tutti quelli che lo hanno conosciuto, in particolare le comunità della collaborazione pastorale di Eraclea, realtà in cui don Luigi era nato ed ha trascorso l’ultimo periodo della sua vita. E ringrazio il parroco don Davide Carraro per aver seguito ed accompagnato don Luigi in questo tempo; insieme a lui anche don Angelo Munaretto e don Giacomo Ridolfi.

Con il salmo 102 abbiamo pregato benedicendo e lodando Dio, il Padre, per la Sua bontà e misericordia e per la tenerezza del Suo amore che si manifesta sempre e comunque verso i suoi figli, anche nel momento della fragilità più grande: “Benedici il Signore, anima mia, non dimenticare tutti i suoi benefici. Egli perdona tutte le tue colpe (…), ti circonda di bontà e misericordia… Misericordioso e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore… Come è tenero un padre verso i figli, così il Signore è tenero verso quelli che lo temono, perché egli sa bene di che siamo plasmati, ricorda che noi siamo polvere” (Sal 102,2-4.8.13-14).

Anche per don Luigi, che ha avuto il dono di una vita lunga, l’amore di Dio si è riversato sulla “polvere” della sua fragilità umana mettendo in evidenza la preziosità della creatura amata da Dio. Don Luigi ha cercato, come tanti sacerdoti, di manifestare questo “volto tenero e misericordioso” di Dio presiedendo l’Eucaristia e annunciando la misericordia di Dio, strumento di quella tenerezza. Oggi, certi nella speranza cristiana, lo affidiamo al Dio “buono e grande nell’amore” affinché la sua vita e il suo ministero sacerdotale trovino compimento nel ricevere la benedizione finale dal Padre.

Il brano della lettera ai Romani proclamato come prima lettura (Rm 6,3-9) ci ha riportati al cuore del nostro essere figli e fratelli perché quando san Paolo richiama il battesimo non si riferisce a qualcosa di passato, ma ad una realtà viva e dinamica, perché è l’essere continuamente immersi in Cristo e lasciare che il Signore trasformi, giorno dopo giorno, la nostra umanità per renderla più simile alla sua, come tralci innestati nell’unica vite.

Così è stato anche per don Luigi e se la sua vecchiaia, malattia e fragilità hanno comportato il distacco dal vigore fisico, dalle responsabilità attive e dai ritmi di un tempo, come ci attesta san Paolo, il “morire” non è mai una fine triste; è piuttosto il “lasciar andare” l’uomo vecchio – purificato e spogliato del proprio io – per lasciare che la vita del Cristo risorto emerga con più potenza così da potersi appoggiare pienamente sulla grazia di Dio.

“Se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui” (Rm 6,8): il battesimo è il sigillo della speranza; la nostra vita non finisce, ma viene trasformata. La vocazione di don Luigi è la sequela del Risorto giunta fino ad oggi, all’incontro definitivo col Signore della vita, dell’amore, della misericordia, della salvezza.

Nel Vangelo di Giovanni (5,24-29), l’affermazione centrale è che chi ascolta la parola di Gesù e crede al Padre che lo ha mandato possiede fin d’ora la vita eterna e passa dalla morte alla vita, “evitando” il giudizio.

Ma questo comporta un effettivo e reale “ascolto” della Parola di Dio, ossia: adesione vitale e fede (non un semplice udire, ma un vero “ascoltare e credere” che comporta un’adesione totale a Gesù e, attraverso di lui, al Padre); docilità e obbedienza (perché ascoltare la Parola significa anche sottomettersi alla volontà di Dio, riconoscendo Gesù come colui che compie le opere del Padre); potere di risurrezione (chi ascolta la voce del Figlio di Dio vivrà, perché passa dalla condizione di morte spirituale a quella di una vita nuova, anticipando, in qualche modo, la risurrezione finale); fonte di salvezza contro il giudizio (l’ascolto fedele, infatti, libera dalla condanna poiché accoglie l’amore del Padre manifestato nel Figlio).

Dalla vita di un sacerdote, in particolare, emerge l’annuncio e la testimonianza vivente che Cristo “è la salvezza del mondo, la vita degli uomini, la risurrezione dei morti” (come ricorda il prefazio dei defunti III). Sì, Gesù Cristo è il senso ultimo, è la pienezza della vita umana, è la sua risurrezione; non è un qualcosa di passato ma la continua risposta di Dio all’ingiustizia umana e alla morte, indicando il destino di vita eterna preparato per l’umanità.

Cristo risorto è il primogenito di una folla di viventi: è “il primogenito di coloro che risuscitano dai morti” (Col 1,18) e costituisce il criterio definitivo per comprendere la vita eterna. Chi crede in Lui – ce lo attesta il Vangelo che abbiamo appena sentito – possiede già la vita eterna che si manifesta nell’amore disinteressato e vissuto nel presente. Nella sua persona, le “cose definitive” (la salvezza, la vita immortale, la comunione con Dio) si rendono già presenti e visibili.

La fede cristiana proclama che il Risorto ha vinto la morte, offrendo una nuova vita che non è più soggetta alla corruzione del tempo; Egli trasforma la nostra esistenza rendendola conforme alla sua vita gloriosa, unendo il credente/il battezzato alla sua esperienza di risurrezione.

Così confidiamo avvenga ora, in modo pieno, per don Luigi che affidiamo nella preghiera alla misericordia del Padre nostro che è nei cieli, attraverso l’intercessione materna e sublime di Maria l’Immacolata.

L’eterno riposo donagli, o Signore, e splenda a lui la luce perpetua. Riposi in pace. Amen.

 

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