Omelia del Patriarca alla S. Messa per l’apertura dell’anno giudiziario del TERT (Zelarino, 3 febbraio 2026)

S. Messa per l’apertura dell’anno giudiziario del TERT

(Zelarino, 3 febbraio 2026)

Omelia del Patriarca di Venezia Francesco Moraglia

 

 

Caro moderatore, cari confratelli vescovi, Vicario giudiziale e Vicari aggiunti, presbiteri e laici, un ringraziamento per la vostra preziosa opera presso il Tribunale Ecclesiastico Regionale del Triveneto.

Saluto il reverendissimo relatore monsignor Davide Salvatori a cui va il nostro grazie per aver accettato di tenere la prolusione in occasione dell’apertura del nuovo anno giudiziario di questo Tribunale.

Carissimi, ci soffermiamo sulla prima lettura di oggi (2Sam 18,9-10.14.24-25.30;19,1-4) in cui si narra l’epilogo di una triste vicenda familiare. La scelta è legata al fatto che voi, ogni giorno, vi misurate con realtà che riguardano le difficoltà delle famiglie. Il vostro lavoro quotidiano è cercare di venire a capo – secondo giustizia e verità – delle conflittualità e delle loro conseguenze per quanto riguarda il vincolo matrimoniale.

Proprio questo ha voluto evidenziare il Santo Padre Leone nel discorso ai prelati della Rota Romana per l’inaugurazione dell’anno giudiziario lo scorso 26 gennaio: ”…poiché, nell’esercizio dell’attività giurisdizionale, emerge non di rado una tensione dialettica tra le istanze della verità oggettiva e le premure della carità. Si ravvisa, talvolta, il rischio che un’eccessiva immedesimazione nelle vicissitudini – spesso travagliate – dei fedeli possa condurre a una pericolosa relativizzazione della verità. Infatti, una malintesa compassione, pur apparentemente mossa da zelo pastorale, rischia di offuscare la necessaria dimensione di accertamento della verità propria dell’ufficio giudiziale (Papa Leone XIV, Discorso ai prelati della Rota Romana in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, 26 gennaio 2026).

La convivenza coniugale nella famiglia – cellula fondamentale della società – si logora per molteplici motivi, dai più futili ai più significativi: diversità di carattere, incomprensioni, impreparazione alla vita di coppia, durezze di ogni tipo, mancanza di rispetto e talvolta anche violenze (verbali o addirittura fisiche) che portano ad una impossibilità – almeno ritenuta – di continuare a vivere il patto nuziale, il matrimonio, in alcuni casi riconducibile a immaturità affettiva, incapacità o addirittura inabilità alla vita matrimoniale.

La vicenda di Assalonne e di Davide narra vicende tragiche che hanno segnato i rapporti tra un padre, Davide, e i figli Amnon, Assalonne e Tamar. Tale conflittualità, stando al testo, ha un’origine, il peccato di Davide: abuso di potere, adulterio, inganno, omicidio. Davide, dopo essere stato smascherato e ripreso dal profeta Natan è raggiunto da queste parole: “Ebbene, la spada non si allontanerà mai dalla tua casa, poiché tu mi hai disprezzato e hai preso in moglie la moglie di Uria l’Ittita” (2Sam 12,10).

Il peccato è rottura del rapporto con Dio e genera a livello umano fratture, mancanza di comunicazione e di perdono e anche una debolezza educativa. Davide non interviene per mettere riparo, secondo giustizia e verità, al dramma che si è creato nella sua famiglia (tra i suoi figli); manca il coraggio, manca la volontà trasparente di Davide nei confronti del figlio Assalonne. Davide è incapace o non vuole sanare la frattura creatasi fra Amnon, Assalonne, Tamar e Jonadab.

L’amore paterno di Davide non ha il coraggio della verità. Davide non onora il compito (che gli spetterebbe) di far chiarezza, di ristabilire una comunione (e, quindi, una comunità) infranta, e lascia che Assalonne cresca nell’odio che lo porterà ad uccidere il fratello e ad una ribellione familiare e dinastica che è contro il padre e che porterà, in Israele, ad una guerra civile.

Sottolineiamo in questa triste vicenda:

  • Il silenzio colpevole e la debolezza:il rapporto tra Davide e Assalonne è segnato da un lungo silenzio dopo l’omicidio di Amnon. Davide esprime un amore che non vuole correggere e degenera in odio da parte del figlio.
  • La mancanza di vero e pieno perdono: Davide perdona solo in modo formale Assalonne ma, in realtà, non ricostruisce un rapporto di stima e di fiducia. Questo “non perdono” nutrirà il risentimento di Assalonne.
  • Le conseguenze anche dei peccati occulti (come l’adulterio di Davide): il peccato ha conseguenze che vanno oltre la richiesta sincera di perdono. La ribellione di Assalonne è parte della profezia di Natan e riguarda il peccato di Davide con Betsabea; il dramma della vita familiare qui è conseguenza dell’atto compiuto da Davide contro il suo matrimonio e quello di Uria.
  • Amore paterno e responsabilità politica, infine, s’intrecciano fra loro: il dolore di Davide, per la morte del figlio, mostra come gli affetti siano più forti del potere.
  • L’affermazione di sé, l’essere misura a se stessi, è il veleno dell’ambizione personale:Assalonne dà libero sfogo all’ambizione che ignora la lealtà filiale e porta alla distruzione, confermando come la ricerca del potere a scapito degli affetti familiari porti alla rovina.

La storia diventa monito sulla necessità di affrontare i conflitti e l’impegno ad una. La vicenda di Assalonne è così strettamente legata al peccato di Davide attraverso la profezia pronunciata di Natan.

Il secondo libro di Samuele presenta la ribellione di Assalonne come attuazione del castigo divino annunciato a Davide.

C’è la “spada” in famiglia: Natan profetizza che Davide aveva ucciso Uria con la spada e, allora, la spada non si sarebbe più allontanata dalla sua casa. La guerra scatenata da Assalonne e la sua morte violenta sono il compiersi di quanto Natan aveva predetto: “Ecco, io sto per suscitare contro di te il male dalla tua stessa casa” (2Sam 12,11). Assalonne, figlio di Davide, diventa lo strumento di questo male interno, trasformando il palazzo reale in un luogo di tradimento e dolore.

C’è l’umiliazione pubblica delle mogli: Natan predisse che, come Davide aveva peccato in segreto con Betsabea, un altro avrebbe preso le sue mogli “alla luce del sole” davanti a tutto Israele. Questo si realizzò letteralmente quando Assalonne, durante la rivolta, in una tenda sul terrazzo del palazzo, si unì alle concubine del padre per mostrare pubblicamente la rottura definitiva del legame filiale.

Il peccato contro Uria segna l’inizio del declino dell’autorevolezza e dell’autorità regale di Davide. La sua incapacità o non volontà di punire i peccati dei figli è conseguenza dell’aver perso la propria integrità morale; sapendosi peccatore, Davide non ha la libertà e la forza di esercitare la giustizia in casa propria.

Il dramma di Assalonne non è evento isolato, ma conseguenza delle azioni di Davide: il disordine morale introdotto dal re con Betsabea si ripercuote nella sua famiglia, porta divisione e violenza.

La vicenda che lega l’incesto di Amnon e l’omicidio compiuto da Assalonne è una delle pagine più tragiche del secondo libro di Samuele, in cui il peccato del fratello scatena la vendetta mortale dell’altro.

Assalonne accoglie nella sua casa la sorella Tamar – ormai “violata” e quindi, per Israele, resa abietta – e le impone il silenzio ma cova dentro di sé odio profondo verso Amnon. Egli attende per ben due anni il momento per vendicarsi, senza mai dire una parola al fratellastro.

C’è la grave inadempienza del re Davide che, essendo “molto irritato”, tuttavia non punisce Amnon perché è il primogenito. Tale grave mancanza di giustizia spingerà Assalonne a farsi giustizia da solo.

L’omicidio vendetta avviene durante una festa per la tosatura delle pecore a Baal-Asor alla quale Assalonne invita tutti i figli del re; egli ordina di colpire Amnon non appena il suo cuore fosse stato “lieto per il vino”. Compiuto l’omicidio, Assalonne fugge a Ghesùr presso il nonno materno, dove rimane per tre anni.

Questi fatti sono fra loro collegati perché secondo l’onore familiare dell’epoca, Assalonne si sentiva in dovere di cancellare l’offesa subita dalla sorella soprattutto dinanzi alla viltà di Davide. Questa rottura insanabile tra il padre e i fratelli sarà l’inizio di successivi peccati e crimini.

Carissimi operatori del Tribunale Regionale, sappiate sempre operare liberi da ogni costrizione, secondo scienza e coscienza, e avendo di mira il far emergere, con carità, la verità e la giustizia dei fatti perché è da qui che, col riconoscimento o di una nullità o dell’esistenza del vincolo matrimoniale, si pongono le basi per una imprescindibile ricostruzione delle relazioni e anche, almeno talvolta, delle stesse persone.

La vicenda narrata nella prima lettura di oggi – tratta dal secondo libro di Samuele – ci aiuti a comprendere che le situazioni umane che riguardano le famiglie vanno affrontate e non vanno rimosse o ignorate perché nella vita delle persone e della famiglia tutto si unisce e si lega sotto la mano provvidente di Dio che è insieme verità e amore, giustizia, perdono e riconciliazione.

Separare una di queste caratteristiche (in Dio sostanziali) vuol dire andare contro Dio stesso e farne un idolo a seconda della propria personale visione. E la decisione che a noi uomini può risultare come la più ardua può essere, invece, quella che segna l’inizio di un cammino di salvezza.

Su tale linea vanno anche le parole con cui Leone XIV ha concluso il suo discorso ai prelati della Rota Romana per l’inaugurazione dell’anno giudiziario: ”Cari amici, la vostra missione è alta ed esigente. Siete chiamati a custodire la verità con rigore ma senza rigidità e a esercitare la carità senza omissione. In questo equilibrio, che è in realtà una profonda unità, si deve manifestare la vera sapienza giuridica cristiana. Vorrei concludere queste riflessioni affidando il vostro lavoro all’intercessione della Madonna Speculum iustitiae, modello perfetto di verità nella carità” (Papa Leone XIV, Discorso ai prelati della Rota Romana in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, 26 gennaio 2026).

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