Marcia-veglia diocesana per la pace
(Mestre, 31 gennaio 2026)
Intervento del Patriarca Francesco Moraglia
Dal Vangelo secondo Marco (4,26-34):
Diceva: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; 27dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. 28Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; 29e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura».30Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? 31È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; 32ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra».33Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. 34Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa.
Abbiamo ascoltato il Vangelo di Marco che ci ricorda come il seme abbia bisogno di una terra feconda per poter germogliare. La pace è il chicco di buon grano che il seminatore (Dio) semina a piene mani.
Guai fare la guerra in nome di Dio! E questo, purtroppo, è avvenuto e qualche volta avviene ancora. Questa veglia di preghiera non può essere circoscritta solo al tempo in cui abbiamo pregato e camminato lungo le strade della nostra città. No, il nostro proposito deve essere quello d’impegnarci ad essere persone che costruiscono progetti di pace, artigiani di pace che desiderano la pace insieme a tutte le persone che con loro dividono la quotidianità: imparare a salutarsi nel caseggiato, imparare a costruire rapporti buoni nel nostro quartiere, rappacificare famiglie divise da interessi economici.
Noi spesso abbiamo un’idea di pace ricavata dai libri di storia, ma dimentichiamo che la storia la scrivono i vincitori. Anche molte vie, piazze, sottopassi e ponti delle nostre città portano i nomi di chi ha vinto una guerra. Storici, politologi ed esperti di geopolitica ci spiegano che cos’è e il perché di una guerra con una narrazione in cui ci viene spiegato tutto (o quasi) sulla guerra e sulle guerre.
Ma non ci viene detto che la guerra per chi la vive è una cosa sporca, dove l’uomo perde l’umanità e dove il prezzo più alto lo pagano le popolazioni, e, in particolare, i più deboli, i bambini, gli anziani e le donne. Nelle guerre le donne vengono sempre violate perché la donna porta in sé il mistero della vita, la vita palpita sempre nel grembo di una donna e la guerra è contro la vita. La pace inizia nel rispetto delle donne e nel rispetto dei bambini.
Impegniamoci a combattere il virus dell’indifferenza; noi siamo, troppo spesso, indifferenti. Quando le cose ci “tornano”, allora, il resto non interessa. Costruire una cultura di pace vuol dire superare il male dell’individualismo, accorgerci dell’altro, ascoltare le ragioni altrui.
Le testimonianze ascoltate questa sera rappresentano non solo richieste d’aiuto ma appelli alle nostre coscienze; uno dei mali dell’Occidente è, appunto, l’individualismo. Dovremmo andare in alcune zone povere del mondo per capire che cosa vuol dire solidarietà.
Non parliamo della pace in termini teorici, in modo astratto; non limitiamoci a parlare di pace secondo la logica degli uomini. Noi veniamo da un secolo, il XX secolo, in cui abbiamo avuto due guerre dette “mondiali” ma in realtà non è così… A ben vedere di guerra ce n’è stata una sola; infatti al termine della prima guerra mondiale, con il trattato di Versailles, di fatto si è aperta e dichiarata una seconda guerra mondiale con condizioni di pace inique. Il secolo breve – da Sarajevo (1914) alla caduta del muro di Berlino (1989) – è stato, quindi, segnato da un’unica guerra mondiale suddivisa in due tempi e con 100 milioni di morti.
Poi parliamo, quando sono ancora in atto le guerre, di “ricostruire” con progetti che costituiscono una mancanza di rispetto e un’offesa per i morti e per chi li piange (vedove, orfani, ecc.) Ma, dopo una guerra, il vero problema è ricostruire gli uomini, le donne, la relazioni umane. L’odio permette, a chi ti sconfigge sul campo, una seconda vittoria perché l’odio fa male e uccide, innanzitutto chi odia.
La scienza e la tecnica registreranno grandi benefici dall’impiego dell’intelligenza artificiale (pensiamo alla ricerca medico-farmaceutica e ad altri campi) ma se verrà delegata a loro la responsabilità propria delle decisioni politiche allora l’umanità sarà quanto mai a rischio!
Ciò che può portare l’umanità sulla retta strada è l’affermazione di una cultura della pace; il Vangelo esprime una cultura della pace a 360 gradi. E qui non si parla di pacifismo, perché il pacifismo è un sapere ideologico che spesso cozza contro la realtà. Qui ci si riferisce alla cultura della pace che è molto più impegnativa. E, per il futuro, se non ci sarà una cultura della pace, non ci sarà più l’umanità.
Qualche decennio fa alcuni scienziati si erano espressi con queste parole: “Se Stalin o Hitler avessero domandato ai loro generali se fossero stati in grado di distruggere il nemico, la risposta sarebbe stata no”. Invece, alla fine della guerra fredda, la stessa domanda avrebbe avuto come risposta: non una volta ma 10, 20, 30 volte possiamo distruggere il nostro nemico.
Kant scriveva nel 1795 un’agile testo di politica e filosofia – “La pace perpetua” – in cui presentava tutte le ragioni per le condizioni di una pace universale e pensava a qualcosa di simile all’Onu. Vedendo come sono andate le cose, viene da sorridere per non piangere!
Cinque anni dopo il testo di Kant iniziarono le guerre napoleoniche; l’Ottocento fu storia di guerra (per l’unificazione italiana e tedesca), poi ci furono le guerre mondiali. Perché? Perché l’intelligenza non basta e perché la ragione non basta; la pace la costruisce il cuore intelligente, un’intelligenza che ama.
Ecco perché il pacifismo non è sufficiente: bisogna essere pacificatori. E questo vuol dire scegliere sempre la posizione più scomoda.
Auspichiamo che questa sera costituisca in noi – nelle nostre persone e nelle nostre comunità – l’inizio di quella semina ove grano e pace trovano un terreno fecondo, ossia delle piccole zolle che accolgono il seme e gli danno nutrimento.
Abbiamo iniziato con la lettura del Vangelo parlando del regno di Dio, ovvero seguendo la strada di Colui che ha donato la pace solo dopo essere salito in croce. Impegniamo, quindi, le nostre comunità in una preghiera che sia espressione di quel proprium cristiano e a favore di una vita diversa, perché se la preghiera non cambia la vita non è preghiera.
