Fondazione Marcianum e Patriarcato di Venezia
Incontro su “L’Intelligenza Artificiale per l’economia e la società”
(Mestre – Iusve, 7 febbraio 2026)
Intervento del Patriarca di Venezia Francesco Moraglia
Saluto cordialmente tutti i presenti, in particolare il presidente Roberto Crosta, e ringrazio padre Paolo Benanti per aver accettato l’invito della Fondazione Marcianum.
Nel Messaggio, uscito un paio di settimane fa, per la 60esima Giornata delle Comunicazioni Sociali che si terrà il prossimo 17 maggio (solennità dell’Ascensione), Papa Leone XIV ha voluto evidenziare alcune tematiche riguardanti proprio l’IA che desidero qui riprendere; le citazioni qui riportate sono tratte dal Messaggio.
E segnalo anche, su tale tema, un articolo uscito sul Corriere.it (il 5 febbraio scorso) – intitolato “L’intelligenza artificiale corre più veloce della capacità degli esseri umani di arginarla” – che inizia con queste parole inquietanti: “C’è una frase, nel nuovo International AI Safety Report, che più di altre restituisce la sensazione del tempo che stiamo attraversando: «Le capacità dell’intelligenza artificiale avanzano più rapidamente della nostra possibilità di gestirne i rischi». È la constatazione di oltre cento esperti chiamati a fotografare lo stato dell’arte della tecnologia più potente (e al tempo stesso più ambigua) della nostra epoca”.
Ma veniamo al Messaggio del Papa. Fin dal titolo, “Custodire voci e volti umani”, il Santo Padre sottolinea quello che è un compito prioritario sia per i credenti sia per i non credenti, ossia: tutelare, preservare, promuovere e, appunto, “custodire” l’umano.
Se si riuscirà in questo compito, allora l’IA ci aiuterà a crescere in umanità, caratteristica imprescindibile. La domanda – la provocazione – che ci pone l’IA riguarda, infatti, proprio ciò che caratterizza in quanto uomini.
Tutto ciò, ovviamente, richiede da parte nostra studio, confronto e tempo. Non possiamo fermarci ad un pensiero o ad una ragione strumentale, ma dobbiamo fondare e argomentare un pensiero e una ragione di tipo oggettivo/critico che mira a comprendere il reale, non limitandosi a constatarne la pura fattualità ed efficienza.
Cosa ci caratterizza, allora, come uomini di fronte a ciò che pare mettere in questione la nostra umanità, come sembra fare l’IA? Non si tratta “di fermare l’innovazione digitale” ma di “guidarla” e di educarla al rispetto della dignità umana; è questa la “sfida” che ci attende.
Si tratta di considerare che l’essere umano non è “una specie fatta di algoritmi biochimici, definiti in anticipo” ma, piuttosto, bisogna ricordare che ogni uomo “ha una vocazione insostituibile e inimitabile che emerge dalla vita e che si manifesta proprio nella comunicazione con gli altri”.
L’intelligenza artificiale, giungendo anche a simulare voci e volti umani, non solo interferisce “negli ecosistemi informativi” ma invade “anche il livello più profondo della comunicazione, quello del rapporto tra persone umane”.
L’IA può in tal modo rendere inutile ”gran parte dell’industria creativa umana”, al punto che ”i capolavori del genio umano nel campo di musica, arte e letteratura vengono ridotti a un mero campo di addestramento delle macchine”. Rinunciare al processo creativo, però, continua il Papa, vuol dire ”seppellire i talenti che abbiamo ricevuto al fine di crescere come persone in relazione a Dio e agli altri”.
Gli algoritmi, insomma, non possono essere considerati come sostitutivi della ”capacità di pensare in modo analitico e creativo, di comprendere i significati, di distinguere tra sintassi e semantica”.
Risulta, inoltre, decisivo prendere le distanze da un uso scorretto della tecnologia (in genere) e dell’IA (in specie), ricordando che c’è pure un altro rischio, ossia quello di delegare all’IA un maggior numero di funzioni che, invece, devono rimanere in carico all’uomo perché sono sue intrinsecamente.
Dobbiamo allora comprendere lo scenario complesso dell’IA, individuarne la logica e indicarne i criteri se vogliamo rimanere uomini, anzi, se vogliamo crescere in umanità.
Certamente l’incontro con l’IA non ci lascerà come ci ha trovati: o ci renderà più consapevoli della nostra umanità – più uomini – oppure ci priverà di tale consapevolezza portandoci a “svendere” l’umano che è in noi.
L’IA non rimane poi circoscritta alla dimensione individuale, ma entra decisamente e sempre più nello spazio pubblico. E questo ci fa comprendere come le eventuali distorsioni, i pregiudizi dell’algoritmo, gli stereotipi e le disuguaglianze ci segneranno sempre di più a livello globale, rendendo sempre più gravida di conseguenze la distinzione fra realtà e finzione.
Responsabilità, cooperazione e educazione sono, dunque, i tre pilastri su cui dobbiamo confrontarci con l’IA; ne va, come detto, della nostra umanità.
La responsabilità chiama in causa quanti hanno creato e sviluppato l’IA; chiama in causa i legislatori, i media, il mondo della cultura, della scuola, del lavoro nelle loro diverse articolazioni, i corpi intermedi, le diverse religioni e credenze religiose affinché la trasparenza, il consenso informato e il rispetto della persona esprimano un’etica che sempre riconosca la persona umana e la sua dignità.
Papa Leone XIV parla dell’IA come di un’ “enorme forza invisibile che ci coinvolge tutti” e che può anche far perdere la cognizione di ciò che è verità e ciò che è finzione.
Lascio proprio alle parole del Santo Padre la mia conclusione: “Dietro questa enorme forza invisibile che ci coinvolge tutti, c’è solo una manciata di aziende, quelle i cui fondatori sono stati recentemente presentati come creatori della ‘persona dell’anno 2025’, ovvero gli architetti dell’intelligenza artificiale. Ciò determina una preoccupazione importante riguardo al controllo oligopolistico dei sistemi algoritmici e di intelligenza artificiale in grado di orientare sottilmente i comportamenti, e persino riscrivere la storia umana – compresa la storia della Chiesa – spesso senza che ce ne si possa rendere realmente conto”.
Tutto, quindi, sta nel fondare un’etica condivisa a riguardo del mondo dell’IA e di ciò che le ruota attorno; un’etica che abbia come criterio centrale e originario la dignità della persona umana, un criterio non solo centrale ma anche originario.
E non ci si fermi ad una ragione strumentale, ma si esprima una ragione in grado di usufruire delle scoperte della tecnoscienza sapendole governare senza essere, da esse, governati e dominati.
