S. Messa nella solennità dell’Epifania
(Venezia – Basilica Cattedrale di S. Marco, 6 gennaio 2026)
Omelia del Patriarca Francesco Moraglia
Cari fratelli e sorelle,
siamo qui riuniti per celebrare la solennità dell’Epifania, ossia la “manifestazione” di Gesù al mondo.
I Magi rappresentano l’umanità pagana – al di fuori d’Israele – che cerca la salvezza guidata dalla stella. Offrono doni che annunciano il mistero di quel Bambino che giace nella mangiatoia; l’oro che indica la regalità di Cristo, l’incenso che rimanda alla sua divinità e la mirra che svela l’uomo della croce.
I “Magi” (da maguš parola persiana) non sono re ma saggi, esperti nell’investigazione dei corpi celesti (degli astrologi); al di là di questa loro competenza scientifica, incarnano l’inquietudine e il desiderio di ricerca che appartiene all’animo umano che si pone le grandi domande sul senso della vita e, quindi, su Dio.
Il termine “mago”, col passare del tempo, ha anche acquisito un significato negativo – “stregone” o “ciarlatano” (cfr. At 13,10) – ma per la tradizione cristiana l’espressione “Magi“ o “Re Magi” conserva soprattutto il significato positivo che rimanda a colui o coloro che riconoscono la presenza di Dio e del divino.
In loro vediamo come la fede nel Dio di Gesù Cristo superi le barriere etniche, religiose e culturali; essi ci parlano della necessità che l’uomo ha di incontrare Dio, di adorare il Salvatore, di partecipare alla salvezza, conducendolo oltre se stesso; questo è il senso del loro viaggio.
I Magi, così, ci invitano a seguire la luce e ad offrire noi stessi, le nostre vite, come dono a Dio riconoscendo in Lui il Salvatore universale.
L’Epifania, quindi, dice come la sapienza sia di tutti e sia per tutti. Epifania (ἐπιφάνεια) significa “apparizione” o “manifestazione” divina. La venuta dei Magi a Betlemme non è unicamente un evento storico avvenuto 2000 anni fa e lì conclusosi. L’Epifania è, piuttosto, una realtà viva e attuale: è la manifestazione di Dio nel mondo e, più concretamente, nella vita di ciascuno di noi.
Il Vangelo di Matteo (Mt 2,1-12) narra l’arrivo dei Magi da Oriente, guidati da una stella, alla ricerca del re dei Giudei: ”…al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: ‘Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo’” (Mt 2,1-2). Questa venuta rivela come Gesù non sia solo per qualcuno, per il popolo eletto, ma per tutte le genti.
“Magi” (μάγοι) – come si diceva- non è un termine che indica dei “re”, come noi possiamo immaginare la regalità; il testo biblico non li definisce tali, ma li considera e descrive come saggi, forse appartenenti ad una casta sacerdotale persiana. Sono uomini abituati a riflettere e a cogliere il senso profondo dei segni che si mostrano loro e, in genere, ad interrogarsi sulla realtà andando oltre le sole apparenze.
La loro ricerca – come spiega l’evangelista – inizia da un segno: una “stella” che, al di là della sua natura (un vero astro o un segno di altro tipo? La questione rimane aperta), dice la tensione presente in ogni uomo verso la verità, ossia verso la ricerca di Dio; è una tensione reale che attraversa ogni cultura, ogni etnia, ogni uomo. E per rappresentare questo fatto l’arte cristiana, a partire dalla tarda età medievale – sono molte le Adorazioni dei Magi, e tra i massimi capolavori di ogni tempo, nelle chiese e musei della nostra città –, raffigura i tre personaggi come tre uomini di età diverse e di etnie diverse.
Circa il fatto che poteva essere anche una luce legata a corpi celesti, credo che non ci si possa lasciare interpellare dalle moderne ricerche della scienza astronomica (Keplero, Ferrari d’Occhieppo) e della scienza archeologica (Friederic Wieseler).
I Magi recano, poi, doni non – come si dice – “utili”, funzionali nei confronti di necessità pratiche; al contrario, si tratta di doni che preannunciano la realtà futura del bambino che sta dinanzi a loro e per il quale hanno lasciato ogni cosa, spinti dal desiderio che li portava ad andare oltre se stessi.
I Magi costituiscono, per noi, un messaggio attualissimo che ci interpella e ci chiede:
- di scoprire e poi seguire la stella che accompagna la nostra personale “chiamata” e che di volta in volta, può essere o la Parola di Dio o la coscienza o la grazia, tutte voci che ci portano a Gesù;
- di non rimanere turbati come Erode; è vero che anche noi possiamo sentirci turbati rispondendo alla chiamata di Dio, ma, come i Magi, dobbiamo saper andar oltre;
- di ricordarci che dobbiamo offrire i nostri talenti, il nostro tempo e la nostra vita riscoprendo il tempo quotidiano della preghiera come spazio d’incontro con Dio;
- di riscoprire la vita come pellegrinaggio, come andare verso qualcosa che ancora non abbiamo e che, soprattutto, non siamo ancora;
- di saper, infine, riconoscere in Gesù il Figlio di Dio, ossia Dio stesso; nulla di meno può bastare.
I Magi sono modelli da seguire. Ci mostrano, infatti, che la fede non è rinchiudersi in confini geografici, etnici o culturali, perché la verità la si trova cercandola, e l’incontro con Gesù Cristo ci trasforma e conduce ad adorare e anche a donare la propria vita in risposta a Dio che si manifesta.
I Magi si muovono sulla falsariga di Abramo che, per tutta la vita, seguì la promessa del Signore e, anche, sulla falsariga di Socrate che seguì la strada dell’umano sapere; Abramo è la personificazione della fede; Socrate incarna, invece, il sapere filosofico nella più alta espressione dell’onestà intellettuale, fino al dono della vita.
I Magi, seguendo una “luce”, vengono da Oriente, e rappresentano tutti i popoli che – al di fuori di Israele – sono chiamati ad unirsi alla discendenza di Abramo, il patriarca scelto da Dio, a cui era stata fatta la promessa universale per tutti gli uomini. I Magi sono guidati dalla sapienza umana, ossia la ragione (astrologia) e la fede o rivelazione di Dio. La promessa di Dio – la nascita del Messia – è il compiersi del giuramento con cui Dio si era legato ad Abramo e ai suoi discendenti. Socrate ricerca, invece, la verità – la sapienza, la sophía – e lo fa attraverso il dialogo e un processo di introspezione e saggezza etica.
Il cammino dei Magi è, ad un tempo, radicato nella storia della salvezza, ossia in Abramo, ma suppone anche il sapere e la ricerca intellettuale di Socrate che dà seguito ad un desiderio umano ed universale di verità che troviamo, in pienezza, nel mistero del Bambino di Betlemme che è adagiato nella mangiatoia e che è, insieme, il Dio creatore e il Dio salvatore.
I Magi esprimono così quella sapienza che va oltre il sapere tecno-scientifico (e che oggi sembra esprimersi in quella che chiamiamo Intelligenza Artificiale), all’epoca rappresentato dall’astrologia; essi percorrono la strada per un verso già battuta da Abramo e per un altro verso da Socrate; eppure incarnano un sapere superiore che è, guidato, appunto, dalla stella.
Un sapere che si pone la questione di una “ragione allargata”, che si pone la domanda sul senso dell’intero e, in ultima istanza, rimanda al sapere filosofico. Eraclito affermava che la vera sapienza consiste nel «comprendere la ragione per la quale tutto è governato attraverso tutto» (framm. DK 41), riferendosi con questo all’unità organica dell’universo.
La tradizione cristiana vede nei Magi non solo coloro che per primi hanno adorato Cristo – al di fuori d’Israele – ma l’anelito di tutti i popoli che, non appartenendo all’Alleanza di Abramo, Mosè e Davide, tendono e sempre tenderanno, per l’impulso naturale inciso nel cuore dell’uomo, all’incontro con il Dio della salvezza dato a noi nel Bambino di Betlemme.
Affidiamo alla Vergine Madre, prima discepola di Gesù, il pellegrinaggio di tutti i popoli alla grotta di Betlemme affinché, finalmente, sorga per tutti un’alba di vera pace.
