Omelia del Patriarca nella S. Messa per l’ordinazione presbiterale di don Giacomo Ridolfi (Venezia / Basilica di S. Marco, 22 giugno 2024)
22-06-2024

S. Messa per l’ordinazione presbiterale di don Giacomo Ridolfi

(Venezia / Basilica di S. Marco, 22 giugno 2024)

Omelia del Patriarca Francesco Moraglia

     

 

 

Carissimo don Giacomo,

il giorno dell’ordinazione presbiterale cambia la vita di chi riceve tale dono e non è un modo di dire. Noi rimaniamo noi stessi ma mutiamo nell’intimo; al termine di questa celebrazione ciò che prima non c’era, ci sarà.

Rimarrai un fratello tra fratelli grazie al Battesimo, ma in te ci sarà una nuova e reale conformazione a Cristo che è donata non per te ma per i tuoi fratelli; il presbiterato non è dato alla persona, ma per la Chiesa e per il mondo.

L’esortazione apostolica post sinodale “Pastores dabo vobis” si serve di queste belle parole: «In quanto rappresenta Cristo capo, pastore e sposo della Chiesa, il sacerdote si pone non soltanto nella Chiesa ma anche di fronte alla Chiesa» (Pastores dabo vobis, n. 16). Si tratta di una realtà “bella” che chiama al ”servizio” gioioso e chiede grande senso “ecclesiale”.

Sant’Agostino, in un discorso tenuto nell’anniversario della ordinazione, dice: “Con voi sono cristiano, per voi sono vescovo” (Sant’Agostino, Discorso n. 340). Il primo nome – “cristiano” – è motivo di gioia e consolazione, il secondo – “vescovo” – offre invece preoccupazioni perché è compito gravoso di cui il vescovo dovrà rendere conto ai fratelli e, in particolare, a Dio.

Col dono del presbiterato, il Signore te ne fa un altro più piccolo ma significativo; alludo al Vangelo appena proclamato.

Caro Giacomo, ti prego di ricordare sempre che questa pericope di Matteo (Mt 6,24-34) è risuonata nella liturgia eucaristica il giorno della tua ordinazione; deve, quindi, essere la bussola del tuo sacerdozio. In essa troverai sempre i riferimenti fondanti il tuo essere prete, la voce di Dio nel tuo quotidiano.

Mi soffermo su tre sentieri che dovrai esplorare e percorrere.

Carissimo don Giacomo, hai ricevuto il battesimo a 15 anni ed è stata quindi una tua scelta. Tutto ciò è commovente e, insieme, un segno dei tempi!

Hai ricevuto il dono del battesimo per tua scelta mentre il più delle volte la scelta è dei genitori che portano i figli al fonte battesimale e ciò ci ricorda come la vita non sia fatta solo di nostre scelte; noi dipendiamo dagli altri, in questo caso dalla fede dei genitori che, tra l’altro, senza interpellarci ci hanno donato la vita.

Esiste però un’altra modalità, altrettanto affascinante, ossia quella di ricevere il battesimo da adulti e su richiesta personale; sono due vie diverse perché le vie di Dio sono infinite.

Nelle promesse battesimali c’è rinuncia ed impegno; la rinuncia è al male, a Satana, al suo mondo e alla sua cultura. In passato si usava una parola oggi di difficile comprensione: le “pompe” (di Satana). Con questo termine, oggi desueto, si indicavano le modalità di vita di Satana, l’avversario, il maligno, colui che si oppone a Gesù Cristo, colui che divide e mente; possiamo dire il suo stile di vita. Oggi si parla di rinuncia alle sue opere e seduzioni (cfr. Rito del Battesimo di più bambini, n. 65).

Ricco di grande significato era poi il gesto simbolico di volgersi ad Oriente, perché proprio ad Oriente sorge il sole, ossia il Signore Gesù. Le Chiese, nell’antichità, venivano costruite rivolte ad Oriente perché ad Oriente sorge il sole, il Signore Gesù, e l’altare era per questo rivolto da quella parte; purtroppo oggi, nella vita di fede, si è in gran parte smarrito il senso del simbolo.

“Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro” (Mt 6,24) – abbiamo ascoltato nel Vangelo appena proclamato -. Le promesse sacerdotali, che fra poco pronuncerai, caratterizzeranno la tua nuova appartenenza cristiano nel nuovo contesto del ministero ordinato. Si tratta d’essere “fedeli cooperatori dell’ordine dei vescovi nel servizio del popolo di Dio, sotto la guida dello Spirito Santo”, esercitare “degnamente e sapientemente il ministero della parola nella predicazione del Vangelo e nell’insegnamento della fede cattolica”, celebrare “con devozione e fedeltà i misteri di Cristo secondo la tradizione della Chiesa … a lode di Dio e per la santificazione del popolo cristiano”, con la volontà di “implorare la divina misericordia” e di dedicarsi “assiduamente alla preghiera”, l’essere “sempre più strettamente uniti a Cristo sommo sacerdote” e poi ecco la promessa al Vescovo di “filiale rispetto e obbedienza”, elemento e realtà di comunione ecclesiale. La promessa del celibato è segno di totale dono e appartenenza al Signore.

C’è poi un secondo elemento nel Vangelo odierno che desidero sottolineare: “…non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito?” (Mt 6,25). Il discepolo è, prima di tutto, una persona che non si preoccupa. Vengono alla mente Marta e Maria (cfr. Lc 10,38-42). Marta si lamenta per le cose che deve fare, le “scadenze” (ha da preparare il pranzo e la casa). Gesù le dice che fa bene ad avere a cuore tali impegni ma fa male a preoccuparsene: “Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta” (Lc 10,41-42).

“Non preoccupatevi…”: l’espressione indica un atteggiamento che Maria, la Madre di Gesù, ha sempre vissuto pur chiamata ad una vita segnata dalla profezia del vecchio Simeone, la spada che le trafiggerà l’anima (cfr. Lc. 2,35).

Maria non è solo il simbolo della Chiesa ma ne è la prima e piena realizzazione e, quindi, è colei che comprende in sé tutta la realtà ecclesiale; anche il ministero petrino (ministero ordinato) deve esser vissuto all’interno della spiritualità mariana.

Maria traduce l’invito a non preoccuparsi e a vivere di fede, di fiducia, di abbandono pur domandandosi: “Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?” – Lc 1,34). Nello stesso tempo, però, si fida del Signore: “Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola” – Lc 1,38). Sì, tutta la sua vita si origina qui ed è stata tutta un fidarsi e un affidarsi nella fede a Dio: “…beata colei che ha creduto” (Lc 1,45).

“Non preoccupatevi…”: Gesù ha una sua particolare poesia esprimendo tale invito ai suoi discepoli e chiede loro di contemplare il creato, gli uccelli del cielo e l’erba del campo per scorgere come il Padre ha cura di loro. Maria, la prima discepola, ha vissuto questa fiducia nel totale abbandono di sé. Il non preoccuparsi – che Gesù chiede – non è legato ad una struttura psicologica umana ma è qualcosa di soprannaturale, espressione della fede.

Soffermiamoci, infine, su un’altra richiesta di Gesù: “Cercate… anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta” (Mt 6,33). Qui, il “cercate” va inteso in unione alle specificazioni “invece” ed “anzitutto”. Gesù chiede, pensando al futuro dei discepoli, che cerchino il Regno di Dio e la sua giustizia. Le precisazioni – “invece” ed “anzitutto” – indicano un contrasto e una priorità.

Il Regno di Dio e la sua giustizia vanno ricercati, ossia perseguiti,  prima di tutto in opposizione a quanto potrebbe risultare scontato secondo il buon senso degli uomini e che, ricordiamo, non è la “verità” di Dio; ciò avviene quando si cerca il “mondo” o il proprio “io”, confondendoli con Dio; ciò potrebbe  accadere anche nella preghiera e, dobbiamo, quindi, aprirci a quella preghiera di cui santa Teresa d’Avila fu grande maestra riconosciuta della Chiesa.

Si tratta di porre, al posto del “mondo” e del proprio io, il Regno di Dio. È importante la precedenza: “anzitutto”. Tutto ciò, caro don Giacomo, ti aiuterà a compiere un vero discernimento nella tua vita di discepolo che serve la comunità, nel segno di Gesù pastore. Sarai chiamato, con le tue comunità, ad evangelizzare e a promuovere l’uomo.

Quale rapporto c’è tra Vangelo e promozione umana? Sono realtà legate fra loro ma che non possono identificarsi l’una con l’altra. Sarebbe tradire l’evangelizzazione limitarsi al piano umano e ad azioni sociali, riducendo la Chiesa ad una organizzazione umana. Nello stesso tempo annunciare il Vangelo non vuol dire proclamare parole spirituali, cadendo in una forma di “spiritualismo”; sarebbe un’eresia (peraltro ricorrente nella storia della Chiesa) e sarebbe, infatti, una spiritualità disincarnata, distaccata dalla carne, dal sangue, dall’istituzione della Chiesa che finirebbe per rivolgersi contro il vero uomo e la vera Chiesa.

Ritorna alla mente quanto Pascal diceva delle monache di Pont-Royal: “Pure come angeli, superbe come demoni”. Sì, l’impegno che ti attende, caro don Giacomo, è un’evangelizzazione intesa come annuncio e stile di vita che abbia a cuore l’uomo concreto, però, nella trascendenza di Cristo, vero uomo; questo è il senso del grande affresco del giudizio finale di Matteo (cfr. 25,31-46).

Il dono che oggi ricevi, per grazia, è immenso: potrai compiere i gesti di Gesù a favore dei fratelli; sii umile, sii consapevole, sii l’ultimo di tutti per occupare il posto di Gesù. Tale dono lo devi fare tuo ogni giorno; non tutto è dato in questo giorno. Molto dipenderà da come tu saprai esprimere, interpretare e vivere il tuo sacerdozio ministeriale, da come saprai inscrivere ogni giorno, sino alla fine, Gesù Sacerdote nella tua vita.

Ecco perché le comunità ecclesiali – ossia le donne, gli uomini, i bambini, gli anziani – a cui sarai mandato come prete beneficeranno del dono che oggi ricevi. Impegnati a non appartenere a due padroni, a non preoccuparti per il futuro, ad abbandonandoti nella fede, come ha fatto Maria, la madre di Gesù, soprattutto cercando il Regno di Dio e la sua giustizia. Allora, caro don Giacomo, scoprirai che tutto ti sarà dato in aggiunta!

Caro don Giacomo, ogni presbitero diventa tale al momento dell’ordinazione, ma per tutta la vita s’impegna a far abitare in lui la grazia e il dono del sacerdozio ministeriale.