Omelia del Patriarca nella S. Messa per la festa patronale di S. Pietro di Castello (Venezia / Basilica di S. Pietro apostolo, 30 giugno 2024)
30-06-2024

S. Messa nella festa patronale di S. Pietro di Castello

(Venezia / Basilica di S. Pietro apostolo, 30 giugno 2024)

Omelia del Patriarca di Venezia Francesco Moraglia

 

 

 

Ringrazio la comunità dei Salesiani per la cordiale accoglienza e per l’impegno nel far crescere le varie comunità parrocchiali nella nuova collaborazione pastorale.

Saluto le autorità civili e militari presenti, in particolare il signor Prefetto, il Questore e il Comandante dei carabinieri. Ringrazio, poi, l’associazione “Comitato San Pietro di Castello” che ci ricorda con questa festa annuale come Venezia abbia tradizioni belle e gioiose. A tal proposito saluto il delegato del Comune alle tradizioni veneziane e, infine, la Coldiretti oggi presente a Venezia con un’iniziativa nazionale; ringrazio per la presenza anche don Sandro Manfrè che ne è l’assistente ecclesiastico diocesano.

Queste differenti realtà ci portano a riflettere su un tema legato, in qualche modo, all’odierna prima lettura (cfr. At 12, 1-11) e che parla di un scontro avvenuto tra chi rappresentava il potere politico (Erode) e la comunità ecclesiale (Pietro). In quel tempo, come abbiamo ascoltato, il re Erode cominciò a perseguitare alcuni membri della Chiesa.

Il Vangelo ci chiede d’essere cittadini onesti e leali, che sanno dare a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio (cfr. Mt 22,21 – Mc 12,17 – Lc 20-25); lo dice chiaramente Gesù in questa frase del Vangelo che, di fatto, è il fondamento della laicità e, quindi, ha reso possibile la democrazia.

Sì, la democrazia è strettamente connessa e resa possibile dalla fede cristiana perché la fede cristiana sa e vuole distinguere la fede (realtà religiosa) dallo Stato (realtà politica). Come sappiamo, Gesù viene interrogato e, di fronte alla moneta con l’effige di Cesare e alla domanda sulla liceità del tributo dovuto a Cesare, risponde: “Rendete (…) a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio” (Mt 22,21).

Un cristiano deve essere un buon cittadino e un buon cittadino riconosce la libertà di coscienza e, quindi, la libertà religiosa, la libertà di culto. L’articolo 19 della Costituzione Italiana dice: “Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume”.

È importante che uno Stato e una religione garantiscano la libertà religiosa e distinguano la sfera politica da quella religiosa. Senza tale distinzione non è possibile parlare di democrazia perché se dimensione religiosa e politica costituiscono un tutt’uno allora tale libertà fondamentale non c’è più. Il Vangelo, come abbiamo visto, ricorda con forza che Dio è Dio e che Cesare è Cesare ed entrambi, nel loro ambito, vanno rispettati.

Proprio per questo, nel Nuovo Testamento, l’apostolo Paolo – scrivendo a Timoteo – invita a pregare per i governanti: ”Raccomando dunque, prima di tutto, che si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che stanno al potere, perché possiamo condurre una vita calma e tranquilla, dignitosa e dedicata a Dio.” (1Tm 2,1-2).

Così, in un corretto rapporto tra fede e politica, si deve aprire uno spazio per la società civile che viene prima dello Stato e costituisce la legittima ed autorevole organizzazione della società civile che trova nella persona il suo fondamento e ricorda allo Stato che esso mai crea diritti ma sempre li deve riconoscere e promuovere.

Essere buoni cristiani vuol dire essere buoni cittadini e non identificare o confondere la società e lo Stato; la società – oggi giova ribadirlo – viene prima dello Stato.

Esistono, vanno riconosciuti e devono essere tutelati e promossi i corpi intermedi. Così, oltre alla persona che sempre va riconosciuta e tutelata a partire dal diritto alla vita, esiste la famiglia che viene prima dello Stato ed ha caratteristiche ben precise che lo Stato deve riconoscere. Sì, si danno realtà che vengono prima delle leggi degli uomini.

Ricordiamo poi che le leggi non sempre sono giuste; un conto è la legalità, un conto è la giustizia. Vi sono anche leggi ingiuste e il nostro passato ci ricorda le leggi razziali e quella sull’aborto. Lo Stato non costituisce i diritti, li riconosce; per fortuna non tutto inizia con lo Stato. La vita umana, ad esempio, non può essere istituita dallo Stato; lo Stato la deve riconoscere.

Siamo partiti, nella nostra riflessione, da un versetto della prima lettura, ossia dalla decisione di Erode – che incarnava il potere politico del momento – che voleva ridurre al silenzio la comunità ecclesiale e, segnatamente, Pietro; tutto ruota intorno al fatto di non voler riconoscere a quegli uomini a quelle donne la libertà religiosa, la libertà di professare la propria fede.

Allargando lo sguardo, possiamo dire che questo non è un caso; è solamente il primo, possiamo dire, di una serie di casi che si ripeteranno fino alla fine della storia.

In Europa sono maturati i valori religiosi, filosofici e culturali che hanno reso possibile il costituirsi e il crescere della democrazia. E rimane una illusione pensare di poterla esportare, magari, facendo ricorso alle armi: missili, droni, bombardieri ecc.

Quando si è tentato di percorrere una tale strada abbiamo visto cosa è successo; la Libia e l’Iraq sono solo due degli innumerevoli esempi che potrebbero farsi.

La democrazia in Europa è il frutto delle esperienze di cui furono protagoniste tre città: Gerusalemme, Atene, Roma.

Gerusalemme è la città da cui ha origine la tradizione giudaico-cristiana; da qui si comprende come Dio sia persona e l’uomo, a sua volta, sia persona e che tra Dio e l’uomo vi sia un patto e, quindi, una legge. Hobbes e Locke nel Seicento parlano di “patto sociale” ma prima, appunto, c’era una legge, un patto tra Dio e il popolo d‘Israele; sì, un’alleanza fra Dio e l’uomo. E “pacta sunt servanda”.

Viene, poi, la città di Atene, la patria della democrazia, la polis; è certamente una democrazia ancora in germe e ristretta ai soli uomini – ne sono esclusi i bambini e, soprattutto, le donne – ma, comunque, è l’inizio di una democrazia. Roma, poi, come patria del diritto perfezionerà l’idea e la realtà di democrazia con la concezione di Stato e di diritto.

Ma perché oggi il mondo è giunto ad una situazione conflittuale così profonda, ampia e complessa? Mai come oggi, da ottant’anni a questa parte, siamo sulle soglie della guerra e – attenzione! – le guerre iniziano prima di quando sono dichiarate (la seconda guerra mondiale, ad esempio, inizia prima dell’1 settembre del 1939).

Bisogna riscoprire, allora, il valore della politica, di una politica che riconosce i propri limiti. E questo, ben inteso, non vuol dire che la politica sia qualcosa di secondario o marginale nella nostra vita; al contrario, la politica è essenziale ed importante. Non possiamo, in alcun modo, chiamarci fuori dicendo che la politica è sporca; sarebbe troppo comodo!

La politica è il bene comune, è la giustizia, è il rispetto degli altri, in particolare dei più deboli, è la solidarietà che prende la forma e la forza di legge; è ancora la sussidiarietà che impedisce allo Stato di diventare assente (in cui i cittadini sono criterio e misura a sé), oppure uno Stato assistenzialista in cui tutto è ideologicamente uguale e in cui esistono solo diritti, non doveri, non responsabilità.

Essere cristiani vuol dire considerare le risorse delle nostre comunità e della società civile ridistribuendo il reddito, valorizzando i corpi intermedi, tutelando i più deboli e formando i cittadini di domani.

Oggi è la festa solenne dei santi Pietro e Paolo, i due apostoli che hanno dato la loro vita a Cristo, nella città di Roma; essi furono martiri di un potere politico che diceva ai cristiani: “non licet esse vos”, non vi è lecito esistere o, se volete esistere, dovete adorare l’imperatore. I santi Pietro e Paolo – e con essi la Chiesa – hanno detto di no.

I cristiani pregano per l’imperatore ma adorano solo Dio; quando la società – con le sue ideologie e lobby – e lo Stato diventano assoluti, allora la democrazia decade a democrazia totalitaria e, poi, a totalitarismo tout court.

Siamo meno liberi di quello che pensiamo. Talvolta, anche se non ce ne accorgiamo, siamo governati da sistemi mediatico-comunicativi sorretti da enormi poteri finanziari in cui chi possiede i mezzi di comunicazione crea, costruisce e plasma una realtà che non c’è.

Guardiamo e ascoltiamo con animo aperto, libero e sanamente critico i telegiornali e non solo quelli. Quanta informazione e quante scelte editoriali discutibili dinanzi ad una situazione mondiale che richiederebbe, invece, un’informazione ben più approfondita e molto meno ideologica!

Dare a Dio quello che è di Dio, dare a Cesare quello che è di Cesare: c’è tutto questo nel testo della prima lettura (cfr. At 12, 1-11) e nell’atto di arbitrio di Erode nei confronti dell’apostolo Pietro e della Chiesa.