Omelia del Patriarca nella S. Messa della Pasqua di Risurrezione del Signore (Venezia, Basilica Cattedrale di San Marco - 21 aprile 2019)
21-04-2019

S. Messa nella Pasqua di Risurrezione del Signore

(Venezia, Basilica Cattedrale di San Marco – 21 aprile 2019)

Omelia del Patriarca Francesco Moraglia

 

 

Carissimi fedeli,

la Pasqua – per la comunità cristiana – non è questione teorica; piuttosto chiede d’essere riconosciuta e accolta nella vita.

Che cosa significa, allora, fare nostro oggi ciò che – nella seconda lettura – l’apostolo Paolo scrive ai Colossesi? “Fratelli, se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra” (cfr. Col 3,1-2).

Cercare le cose di lassù, ovviamente, non nel senso di estraniarsi dalle vicende terrene, ma, piuttosto, di leggerle, viverle ed affrontarle a partire dal principio della Pasqua: “Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12,24).

La Chiesa per essere “memoria” autentica di Gesù Cristo non può limitarsi a leggere la Parola di Dio e celebrare la liturgia; deve manifestare la realtà del rapporto con Cristo nella vita concreta dei discepoli. San Leone Magno ce lo ricorda: «La vita stessa dei credenti deve contenere il sacramento pasquale, così che venga celebrato nella prassi ciò che è oggetto della festività» (Leone Magno, Discorso 71).

La Rivelazione dice che col Cristo risorto ci è dato qualcosa che prima non avevamo; Gesù Cristo risorto, infatti, apre a una dimensione che non è più quella a noi nota del tempo che da sempre conosciamo.

Così, il Risorto appare e non lo riconoscono; quando lo riconoscono sparisce – i due discepoli di Emmaus -, entra nel Cenacolo a porte chiuse, mangia del pesce arrostito con gli apostoli.

Questo nuovo modo di manifestarsi del Risorto non è più quello che per i discepoli era noto e abituale e neppure coincide con l’eternità di Dio; perché a Pasqua la storia continua, solo che s’inaugura l’escatologia, ossia Gesù risorto da morte e vincitore della morte inaugura, appunto, un nuovo modo d’essere nel “tempo”, lo porta a compimento, lo perfeziona; così Gesù ora si rende presente nel tempo non secondo le modalità dello spazio e del tempo ma delle potenzialità proprie di un’umanità giunta a pienezza.

In Gesù risorto il tempo raggiunge il suo senso compiuto e, pur continuando la storia, Gesù ne diventa il vero principio e il vero senso; Gesù risorto non vive più il suo rapporto col tempo come chi è contenuto dal tempo ma come Colui che “suscita” il tempo e ne scandisce il “senso”, grazie alla forza dirompente della Pasqua: la Sindone dice, nei particolari segni che la caratterizzano, come di un’esplosione di potenza infinita.

La divina Rivelazione ci ricorda che, quando Dio decide d’esprimersi nel tempo, crea l’uomo o, più esattamente, progetta Gesù Cristo in cui tutta la storia è pensata e voluta; così in Cristo il tempo diventa manifestazione della gloria di Dio e raggiunge tale sua caratteristica in modo pieno nella risurrezione.

L’apostolo Paolo, scrivendo ai Colossesi e agli Efesini, lo dice (cfr. Ef 1,3-14; Col 1, 13-20): in Cristo c’è quella “pienezza” che dona alla creazione, alla storia e al tempo nuovo contenuto e nuovo senso. In Cristo risorto abbiamo “il Compimento”, la “Pienezza”, il “Valore ultimo” della creazione non ancora giunta però al suo termine; è il tempo del “già” e del “non ancora”, appunto, dell’escatologia inaugurata la mattina di Pasqua.

Tutto ciò ha a che fare col cuore dell’uomo e chiede d’esprimersi visibilmente in scelte concrete riguardanti la comunità dei credenti e la società civile, ovviamente in termini di genuina laicità.

Essere discepoli del Risorto significa operare per la vita, soprattutto se intorno a noi crescono parole, gesti e scelte di morte; pensiamo ai tanti morti e feriti di queste ore nello Sri Lanka e in Libia.

Il “lievito vecchio” – per usare l’espressione cara a Paolo nella prima lettera ai Corinzi (cfr. 1 Cor 5,8) – continua ad operare contro la vita, la verità, la giustizia; in altre parole, contro l’uomo.

Tutto quello che è odio, morte, violenza, discriminazione, male, egoismo, ingiustizia, contrasta la logica della Pasqua che è “vincere soccombendo”, la logica e la prassi di Gesù che vince innalzato sulla croce.

Se infatti crediamo in Cristo risorto, Signore della vita, Vincitore della morte e di tutti i mali e le ingiustizie, allora dobbiamo operare nel senso della risurrezione di Gesù che dice come l’ultima parola non sia quella degli uomini, con le loro menzogne, calunnie e ingiustizie.

Tutto questo, per noi, cosa significa? Noi, oggi, come viviamo la fede pasquale in rapporto alla realtà quotidiana?

Ogni volta che il male è vinto o, almeno, è messo in minoranza, ogni volta che “diamo spazio” all’amore di Dio facendo posto agli altri e ogni qualvolta accogliamo “gli altri” aiutando il prossimo, ossia quelli che, di volta in volta, incontriamo e con i quali ci impegniamo a costruire nuove relazioni da Gesù Cristo, avendo di mira – secondo il Vangelo – una più equa condivisione dei beni materiali e spirituali, allora siamo entrati nella vera Pasqua cristiana.

Con ciò non abbiamo però, ancora, risposto a quello che significa per noi Pasqua nel nostro vissuto.

La Pasqua deve rendersi presente in una vita buona secondo il Vangelo che si manifesta anche nelle scelte culturali, vale a dire in leggi buone e in relazioni sociali fondate sulla verità e sul rispetto dei più deboli. La Pasqua deve convertirci e manifestarsi anche esteriormente.

Non a caso il Regno di Dio, quando finalmente sarà compiuto, si manifesterà – ci dice la Rivelazione – come una città riconciliata e pienamente illuminata dalla luce di Dio, tanto da non aver più bisogno delle luci degli uomini.

Ed è proprio il libro dell’Apocalisse – l’ultimo del Nuovo Testamento – ad offrirci l’immagine della Gerusalemme celeste, che scende da Dio adorna come sposa: “Vieni, ti mostrerò la promessa sposa, la sposa dell’Agnello. L’angelo mi trasportò in spirito su di un monte grande e alto, e mi mostrò la città santa, Gerusalemme, che scende dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio” (Ap 21,9-10).

La città –  nella Bibbia – è il luogo delle relazioni umane, dove gli uomini, con le loro scelte, segnano una convivenza umana, sociale, civile, religiosa che si manifesta anche nella salvaguardia del creato come bene di Dio e dell’uomo e delle generazioni future. Qui rivestono grande importanza le buone leggi.

Di fatto la città – nell’Antico Testamento – è il luogo in cui cresce il potere dell’uomo che si traduce in dominio del più forte sul debole. Caino, il primo omicida della storia, fu anche il costruttore di una città che da suo figlio prese il nome di Enoc (cfr. Gen 4,17). Le città di Sodoma e Gomorra sono luoghi di corruzione, lussuria, arbitrio e prevaricazione, in cui viene meno anche la legge del rispetto della persona e dello straniero; queste saranno distrutte (cfr. Gen. 19,23-26).

Pasqua, allora, cosa vuol dire? Noi viviamo “ancora” nella realtà della Gerusalemme terrena eppure, con la fede, siamo “già” nella prospettiva della Gerusalemme celeste. Viviamo quindi le contraddizioni di un’umanità “già” redenta ma “non ancora” giunta alla piena salvezza, un’umanità alla ricerca di se stessa e che, lentamente, si accorge come attraverso le sue sole forze non riesca a venire a capo di questioni fondamentali come la verità, la giustizia, il bene, la giustizia, la solidarietà.

Recentemente abbiamo constatato, anche nel nostro territorio, che quanto pensavamo non ci appartenesse, ossia il comportamento di chi con l’intimidazione e la violenza assoggetta altri in modo da prevaricare e sostituendosi allo Stato, è ben presente. Si tratta del potere mafioso che si declina in mille modi nella vita sociale.

Ricordo ancora, a tale proposito, la giornata dedicata alle vittime delle mafie e ai loro familiari celebrata proprio qui in Basilica di San Marco, poche settimane fa, con l’associazione Libera di don Ciotti.

Il Maligno agisce pensando di intimorire e la paura è l’atteggiamento che suscita. I Vangeli dicono che la paura aveva afferrato e stretto i discepoli prima che incontrassero Gesù risorto. Erano tutti, timorosi, chiusi nel cenacolo, dove Gesù aveva celebrato l’ultima cena ed erano risuonate le parole di Gesù ricche di speranza. Eppure gli apostoli, i discepoli e le donne avevano paura, erano intimoriti, si nascondevano.

In tale situazione, allora, il coraggio di Giuseppe d’Arimatea – che chiede a Pilato il corpo di Gesù – diventa profezia e testimonianza della forza che sarà donata ai discepoli dallo Spirito Santo.

Giuseppe ha il coraggio di fare quello che altri non hanno il coraggio di fare e domanda quello che altri non hanno il coraggio di domandare.

È lo stesso coraggio che troviamo in Pietro – il giorno di Pentecoste – di fronte a una moltitudine di genti, provenienti da ogni parte della terra allora conosciuta.

Pietro si alza e senza paura – lui che era solo un pescatore – annuncia per la prima volta Gesù; è il discorso appassionato di chi crede veramente e ama profondamente il Signore: “Uomini d’Israele, ascoltate queste parole: Gesù di Nàzaret (…) consegnato a voi secondo il prestabilito disegno (…) voi, per mano di pagani, l’avete crocifisso e l’avete ucciso. Ora Dio lo ha risuscitato…” (At 2, 22-24).

Queste parole sono destinate a rimanere per sempre                                                                                                                                                                                                                                                                       al centro dell’annuncio cristiano, un annuncio che mai potrà essere superato perché dice la insostituibilità di Gesù Cristo, in cui è stato creato e salvato l’uomo.

È il medesimo coraggio che Pietro manifesterà quando, dinanzi ai capi e agli anziani del popolo, sarà interrogato e le sue parole ancora una volta diranno coraggio e fermezza ma, soprattutto, fede e amore in Gesù: “…visto che oggi veniamo interrogati sul beneficio recato a un uomo infermo, e cioè per mezzo di chi egli sia stato salvato, sia noto a tutti voi e a tutto il popolo d’Israele: nel nome di Gesù Cristo il Nazareno, che voi avete crocifisso e che Dio ha risuscitato dai morti, costui vi sta innanzi risanato. Questo Gesù è la pietra, che è stata scartata da voi, costruttori, e che è diventata la pietra d’angolo” (At 4, 9-11).

Il giorno di Pasqua, finalmente, è data risposta alla domanda che attraversa tutti i vangeli: chi è Gesù? Domanda a cui la Chiesa, ancora una volta, per bocca dell’apostolo Pietro risponde.

L’episodio parla della conversione del primo pagano, il centurione Cornelio. Pietro semplicemente narra i fatti della vita di Gesù attraverso i quali si incontra il mistero del Dio di Misericordia.

Si tratta di un momento di capitale importanza, non solo nella vita della Chiesa delle origini ma nella Chiesa di sempre. La Pasqua è il momento in cui l’evento-Cristo risulta salvifico; in esso assumono significato nuovo anche i gesti umili e terreni della vita di Gesù che, a Pasqua, appare nel suo splendore di Figlio di Dio che vince la morte.

Ecco le parole che Pietro rivolge a Cornelio e a quanti lo ascoltano: “Voi sapete ciò che è accaduto in tutta la Giudea, cominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni; cioè come Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nàzaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui. E noi siamo testimoni di tutte le cose da lui compiute nella regione dei Giudei e in Gerusalemme. Essi lo uccisero appendendolo a una croce, ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che si manifestasse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti” (At 10, 37-41).

Maria Santissima, Regina caeli, ci aiuti a vivere i giorni del nostro pellegrinaggio terreno come Lei ha vissuto e, con la grazia di Dio, impegniamoci nel quotidiano a far lievitare evangelicamente gli ambienti dove viviamo e operiamo!

Auguro a tutti una Santa Pasqua, nella convinzione che Gesù è veramente risorto, alleluia!