Intervento conclusivo del Patriarca alla Festa diocesana dei Ragazzi (Jesolo / Pala Arrex, 19 marzo 2017)
19-03-2017

Festa diocesana dei Ragazzi (Jesolo / Pala Arrex, 19 marzo 2017)

Intervento conclusivo del Patriarca Francesco Moraglia[1]

 

 

 

Voglio dirvi grazie, prima di tutto perché ci siete e perché esserci è il presupposto. Grazie anche per “come” ci siete, per il tipo di presenza: il silenzio che ascolta, il canto, il ballo, il ridere, lo stare insieme, il giocare.

Siamo arrivati alla fine di questa giornata ed ecco il tema che vi riaffidiamo: capaci di sognare! Non solo sognare, ma capaci di sognare e la cosa è diversa, perché il sogno non è la realtà e la realtà è la mia vita, che è fatta anche di cose dure.

Bello lo spezzone del film che abbiamo visto e, ricordate, ad un certo punto quella frase decisiva: “Per me ce la puoi fare, per me ce la fai”.

La realtà è dura: è dura alzarsi al mattino, affrontare la scuola, superare una delusione, come è bello gioire per un traguardo raggiunto con gli altri… La realtà non è il sogno e noi dobbiamo stare attenti perché certi sogni al mattino svaniscono… E allora dobbiamo diventare “capaci di sognare” perché non ci può essere una vita in cui si è messo da parte il sogno solo perché potrebbe rimanere tale o potrei rimanere ferito/a da un sogno mancato.

Guai se smetto di sognare! Si può smettere di sognare nella vita di un uomo e di una donna? No, ma soprattutto non si può smettere di sognare quando si hanno dodici, quattordici, sedici anni… E allora bisogna imparare a sognare, senza illudersi, tenendo i piedi a terra.

Cari ragazzi, io adesso voglio far risuonare un nome: Gesù Cristo!

Il sogno del cristiano è una speranza, ha un nome. Non è l’ottimismo, è una persona! Ricordiamoci di quell’episodio del Vangelo di Luca: i discepoli di Emmaus. Avevano smesso di sognare: credevamo che fosse Lui, ci siamo sbagliati, ora è morto e non ne sappiamo più niente… Ma Lui sta parlando con loro, sta camminando con loro e non se ne accorgono; hanno smesso di sognare.

Per noi cristiani il sogno è una speranza ed è una persona viva che mi accompagna, che mi parla anche quando io credo che mi abbia deluso. Ricordate i due di Emmaus: speravamo che fosse Lui, ci siamo sbagliati… Ma Lui ora sta parlando con loro.

Il sogno cristiano ha un nome, ha un volto, ha una storia.

Cari ragazzi, io vi chiederei di tenere sul comodino fra le tante cose – ognuno ha le sue -anche un piccolo Vangelo. E alla sera leggete un versetto o due di quel Vangelo, prendetelo come se il Signore vi volesse dire qualcosa, anzi è proprio il Signore che vi vuol dire qualcosa.

La speranza si fonda su di Lui; ecco perché possiamo continuare a sognare.

Ringrazio tutti coloro che hanno collaborato e ringrazio in particolare Francesca per la sua testimonianza; la ringrazio perché ci ha detto che i sogni partono dalla realtà che stiamo vivendo. E ricordate sempre quello spezzone di film: nessuno mi da una mano, nessuno mi aiuta? “Per me ce la fai”.

Sogniamo, allora, e aiutiamo gli altri a sognare. Non partendo da fantasie ma da quelle mani, da quegli occhi, da quel corpo che il Signore ci ha dato. Un sogno che parte, dunque, dalla realtà e fa in modo che la realtà diventi un sogno per noi e per gli altri. E ricordiamo sempre che quel sogno è una speranza reale che ha un nome: Gesù Cristo.

E ora vi do una mission. Ve la affido perché siete ragazzi in gamba. La missione è questa: il bullismo abita nelle nostre scuole, nelle vostre classi, e noi veniamo a sapere solo dei casi estremi; in ogni scuola, in ogni classe, in ogni gruppo c’è quasi sempre qualcuno che è colpito dagli altri… Lo si comincia a deridere e talora gli si fa anche violenza fisica… Ma dove inizia il bullismo?

Ecco il compito che vi do: nel silenzio degli altri, nel lasciar fare, tre o quatto persone possono tenere in mano una classe di trenta… Ma gli altri ventisei dove sono? Non vediamo, non sentiamo, non parliamo… E intanto qualcuno di noi soccombe. Guardate che i bulli sono, in realtà, proprio loro i ragazzi che hanno problemi, non le loro vittime. Sono loro i ragazzi che hanno problemi.

Non rimanete silenziosi, non voltatevi dall’altra parte, non dite che a voi questo non  interessa. Anche questo è essere capaci di sognare, partendo dalla nostra realtà.

Buon finale della Festa e, ancora, grazie!. Continuate così, andate avanti tutti e non lasciate indietro nessuno. “Per me ce la puoi fare”: ditelo di più, a voi stessi e agli altri. “Per me ce la fai”. Buon pomeriggio a tutti!

 

 

[1] Il testo qui riportato, non rivisto dall’autore, mantiene il tono informale e di conversazione dell’intervento.