Redentore, l’OMELIA del Patriarca Francesco e la PREGHIERA finale prima della benedizione eucaristica alla città: il vero senso e il gusto del vivere

S. Messa nella solennità del Santissimo Redentore

(Venezia, Basilica del Santissimo Redentore – 21 luglio 2019)

Omelia del Patriarca Francesco Moraglia

 

 

 

Stimate autorità, Capitolo Patriarcale, Congregazioni del Clero, Fraternità Cappuccina, cari fedeli,

come ogni anno, in questa basilica del Redentore, la città di Venezia torna in pellegrinaggio per sciogliere il voto fatto al termine della pestilenza che in due anni – dal 1575 al 1577- fece morire più di un terzo della popolazione.

Viene spontaneo domandarsi – al di là dell’aspetto esteriore della festa – quanti, in realtà, la vivono ancora secondo il suo significato originario, seppur nella diversità dei tempi.

Celebrare oggi la festa del Santissimo Redentore – secondo la sua intenzione originaria – significa avvertire un bisogno di salvezza e percepire nella vita personale, familiare e sociale tutta la propria fragilità e impotenza.

Che senso assume una vita, comunque destinata a finire? Tutto prende una prospettiva diversa – amicizia, lavoro, ricerca del bene comune, famiglia, figli ecc. – nel momento in cui diventiamo consapevoli che tutto questo, certamente, dovrà venire meno.

La situazione paradossale dell’uomo veniva così sintetizzata da Pascal (filosofo, scienziato e mistico): “L’uomo non è che una canna, la più debole della natura; ma è una canna pensante. Non c’è bisogno che tutto l’universo s’armi per schiacciarlo: un vapore, una goccia d’acqua basta a ucciderlo. Ma, anche se l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe ancor più nobile di chi lo uccide, perché sa di morire e conosce la superiorità dell’universo su di lui; l’universo invece non ne sa niente”.

Su questo tema – il senso della vita – è interessante conoscere il pensiero dei più giovani. Riprendo, di seguito, alcune frasi scritte da una ragazza di diciassette anni che, con lucidità sorprendente e con l’impertinenza dell’età, pone la questione del senso della vita; una questione sempre ardua ma che diventa drammatica quando è posta senza la possibilità d’indicare “Qualcuno” che sia in grado di rispondere.

Prima di ascoltare il pensiero di quest’adolescente, una precisazione: si è detto, non a caso, di “Qualcuno” che sia in grado di dare risposte perché, nella realtà che ci circonda, vi sono non solo le cose e i fatti ma le persone, di cui devo spiegare l’origine. La persona, oltre che di corporeità e quindi di materia, è fatta di intelligenza, libertà, coscienza e spiritualità: come posso “accontentarmi” di una spiegazione materialistica della persona? L’intelligenza, la libertà, la coscienza e la spiritualità da dove provengono?

La rivelazione cristiana ci dice che tutto ha origine dalla comunione di tre Persone perfette, uguali, realmente distinte; Dio è questi Tre che si donano da sempre in termini di coscienza, libertà, amore e che sono l’unico Dio. Lui è la Persona per eccellenza e l’unico fondamento possibile. Dio è il senso ultimo, la Persona capace di legittimare tutti gli esseri che non hanno in sé la ragione d’essere.

Se noi smarrissimo il senso del vivere e non sapessimo più rispondere alle domande prettamente umane – “da dove veniamo?”, “dove siamo diretti?” -, allora non sapremmo più rispondere neanche alla domanda “chi è l’uomo?”.

Diventeremmo un terreno di conquista per ogni ideologia, per le idee più balzane e le differenti forme di superstizione (a partire dagli oroscopi) e, soprattutto, l’esistenza diventerebbe invivibile; infatti, come si muore se siamo privati del pane materiale, così si muore non fisicamente ma spiritualmente – una morte non meno reale! – se si è privati del significato del vivere.

Il “senso” è il primo nutrimento dell’intelligenza e dell’anima umana; all’inizio di molti “tunnel” – a cui la psicologia o la psichiatria danno nomi diversi – vi è appunto la questione del senso, l’aver smarrito il senso della vita e aver perso le motivazioni del vivere. Oggi talune fragilità, come anche alcune dipendenze (da droghe, alcool o gioco), iniziano proprio qui.

Ma ecco le sconcertanti parole della diciassettenne Madeleine Delbrêl che allora – era l’anno 1921 – si proclamava atea convinta: “«Io sono stupita dalla generale mancanza di buon senso». Secondo lei, i rivoluzionari «sono interessanti, ma hanno capito male il problema», perché vogliono un mondo nuovo senza pensare che, poi, bisogna comunque abbandonarlo. Gli scienziati «sono un po’ bambini», perché sperano, con le loro ricerche e i loro ritrovati, di riuscire a debellare la morte e invece riescono ad uccidere soltanto alcuni modi di morire: «la morte, per quanto la riguarda, sta benissimo». I pacifisti «sono simpatici, ma sono deboli nel calcolo» perché, se anche fossero riusciti ad impedire la prima guerra mondiale del 1915-1918, tutti i morti allora risparmiati sarebbero poi deceduti infallibilmente… La gente perbene «manca di modestia», perché vuol migliorare la vita senza accorgersi che «più la vita è buona, più diventa duro morire». Gli innamorati «sono radicalmente illogici e restii a ragionare»: si promettono amore eterno, ma diventano «sempre più infedeli» perché, ad ogni giorno che passa, si avvicinano sempre di più all’estremo abbandono. E annota: «Io non vorrei restare vicino, da vecchia, all’uomo che dovessi amare: vedrebbe cadere i miei denti, raggrinzirsi la mia pelle, e il mio corpo mutarsi in un otre o in un fico secco». Le mamme poi «sarebbero pronte ad inventare la felicità», pur di assicurarla ai loro figli, i quali, però, … diventeranno pur sempre «carne da morte». Perciò conclude: «Io non voglio avere bambini. È già abbastanza che segua tutti i giorni in anticipo i funerali dei miei genitori»” (Antonio Maria Sicari, Il sesto libro dei Ritratti dei Santi, Jaca Book, Milano 2009, pp. 127-128).

Parole che fanno riflettere e dicono il dramma dell’esistere quando ci si interroga – qualunque età si abbia – e quando non si vive di superficialità. Questa ragazza, però, per una vicenda all’apparenza casuale – l’incontro con alcuni coetanei credenti – si converte ed oggi è in corso il processo di beatificazione e, per la Chiesa, Madeleine Delbrêl ha il titolo di “venerabile”.

L’odierna liturgia della Parola pone al centro di tutto la persona di Gesù. Lui – uomo singolo nato in un periodo determinato della storia – è il Salvatore di tutti gli uomini e, in Lui, ogni uomo è salvato.

Qui Gesù di Nazareth appare unico e poi, in quanto Salvatore dell’umanità intera, non può essere solo un uomo tra gli altri; per questo oggi lo invochiamo come il Santissimo Redentore.

D’altra parte, il Vangelo, appena ascoltato, attribuisce a Gesù, il titolo di “Figlio dell’uomo” e proprio la funzione di Salvatore universale: “Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomoDio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna” (Gv 3,13.16).

Mentre per la questione etica – “cos’è il bene?”, “cos’è il male?”, “quale il loro fondamento?” – e per la questione teologica – l’Assoluto che spiega le realtà transitorie – si trova, in genere, tanta indifferenza, pigrizia o superficialità, succede invece che quando la domanda riguarda la propria situazione personale, il proprio futuro o la propria salvezza l’atteggiamento diventa diverso.

Anche gli uomini più disinteressati, di fronte alle domande sul senso della vita, su cosa c’è dopo questa esistenza terrena e se esista una salvezza eterna, appaiono più interessati e partecipi. Si può ostentare disinteresse e, perfino, supponenza ma se si è personalmente coinvolti e si avverte che la propria vita è realmente minacciata e il rischio è di perdere la vita, allora si parla meno, si ascolta di più e si è interiormente più ben disposti.

L’uomo avverte tutta la sua fragilità e bisogno di salvezza quando si sente minacciato nell’integrità fisica o quando avverte di aver smarrito il “senso” e il “gusto” della vita. Solo chi l’ha provato può dire il dramma di aver smarrito il “senso” e il “gusto” del vivere; è ciò che noi chiamiamo angoscia, ansia, inquietudine o depressione, situazioni di vita che oggi, più che nel passato, accompagnano l’uomo. E ci sarà bene un perché.

C’è chi si trova in situazioni personali, familiari o lavorative drammatiche eppure possiede animo, coraggio, voglia di lottare e riesce a trovare la strada per uscire da situazioni impossibili o disperate.

C’è, invece, chi pur non mancando di nulla – affetti, lavoro, salute – ha smarrito il “senso” e il “gusto” del vivere e, così, si trova in balia di una sofferenza oscura, sorda e più grande di lui che lo domina e distrugge.

La domanda circa la salvezza personale – intesa come la questione del “senso” – riguarda sia le persone che si ritengono non “realizzate” o fallite sia quelle che, invece, si considerano “realizzate”. C’è chi appartiene al primo gruppo, ritiene di vivere un’esistenza infelice ed è, quindi, insoddisfatto, sempre in attesa di qualcosa; c’è poi chi appartiene all’altro gruppo, quello dei “realizzati” – magari invidiati dagli altri -, e sente di aver raggiunto traguardi, successi e gratificazioni ma vive nel timore o terrore che tutto gli sia tolto.

E poi, per tutti, c’è l’età della pensione, ma non tutti vi arrivano pronti e preparati allo stesso modo; senza dimentica (anche questo va considerato) che c’è anche un altro tipo di “pensione”, ossia il logorarsi progressivo delle proprie risorse fisiche, psicologiche e relazionali, il venir meno della capacità di reagire agli stimoli di una vita che cambia.

Ad un certo momento si allentano, progressivamente, i contatti con un mondo che fatichiamo sempre più a sentir nostro (talora anche quello di casa, con figli e nipoti) e così si perde l’interesse, la voglia di partecipare e si avverte che si è chiuso o si sta per chiudere un ciclo. Anche i nostri coetanei vengono meno e avvertiamo che l’epoca che si vive è sempre meno nostra.

Sì, tutto passa! E, certo, si può cercare di nascondere la realtà ricorrendo a differenti interventi dai più soft ai più invasivi fino alla chirurgia estetica (talvolta, azzardando troppo, si cade anche nel ridicolo…), ma la carta d’identità e quei tre numeri che dicono un anno, un mese e un giorno precisi – la nostra data di nascita – rimangono sempre e impietosamente gli stessi.

La rivelazione cristiana ci indica una strada che, se per un verso, ribadisce che il tempo non si ferma, dall’altro ci ricorda che tutto rimane, perché la nostra vita è scritta in cielo dove tutto è vivo e attuale.

La liturgia della Chiesa, ogni anno nella prima domenica d’Avvento, ci ricorda che il vero computo del tempo non è quello che segna l’anno solare o sociale ma l’anno liturgico dove il passare degli anni, dei mesi e dei giorni non è uno scorrere meccanico ma la crescita in Cristo, ossia la santità. E tutto è misurato sulla carità che rimane in eterno.

La Parola di Dio, infine, getta una luce nuova sullo scorrere del tempo, nel quale siamo chiamati a convertirci. Ecco le parole dell’apostolo Paolo: “…non ci scoraggiamo, ma, se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore invece si rinnova di giorno in giorno. Infatti il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria: noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili, perché le cose visibili sono di un momento, quelle invisibili invece sono eterne” (2Cor 4, 16-18).

In questa chiesa – retta dalla Fraternità Cappuccina e dedicata al Santissimo Redentore, tanto cara ai veneziani – impegniamoci allora a vivere di più secondo la spiritualità del Cantico delle Creature, accettando la nostra vita così com’è, con le sue stagioni, la sua primavera e il suo autunno, in modo da gioire della creaturalità.

Questo vuol dire apprezzare il piano di Dio, che riguarda anche il nostro corpo, e che ci salva nel Figlio suo Gesù oggi invocato da noi col bel titolo di Santissimo Redentore.

Buona festa a tutti!

 

 

Preghiera al Santissimo Redentore 2019                        

 

Santissimo Redentore, mentre scende la sera del giorno della festa a Te dedicata, noi Ti adoriamo realmente presente nella Santissima Eucaristia. Innanzitutto Ti domandiamo la grazia che in tutte le nostre comunità cresca la fede nell’Eucaristia celebrata e adorata.

Ti affidiamo le nostre famiglie, le nostre case, le nostre attività e soprattutto gli anziani, i malati, i bambini e i giovani.

La città e la Chiesa di Venezia gioiscano sempre della Tua protezione.

Donaci fede, entusiasmo, intelligenza e coraggio affinché sappiamo operare con cuore generoso, disinteressato e libero.

Fa’ che la vita umana sia sempre rispettata, da quando palpita nel grembo materno fino al momento del suo naturale spegnersi.

Sostieni chi opera e collabora alla difesa e alla promozione della vita.

Dona ai giovani entusiasmo, intelligenza e, soprattutto, un cuore buono.

Fa’ che sappiamo tener viva la tradizione di fede delle nostre terre venete, da sempre spazio di libertà, accoglienza e laboriosità.

Cresca il rispetto reciproco nei confronti dei più piccoli e dei più fragili, accogliendo e integrando con vera generosità.

Il nostro legittimo desiderio di crescere non diventi mai polemica violenta o sopraffazione degli altri per un malinteso senso di emulazione.

Aiutaci, o Santissimo Redentore, a portare gli uni i pesi degli altri.

Sostieni chi ci governa affinché il suo servizio sia veramente tale.

 

 

Venezia, 21 luglio 2019                               Francesco Moraglia, Patriarca