Rassegna stampa in pausa estiva | Si riprende dal 30 agosto 2018

“Il signor parroco ha dato di matto”: uscita nel 2017 per le edizioni San Paolo, la versione italiana dell’opera (titolo originale: “Monsieur le curé fait sa crise”) dello scrittore e giornalista francese Jean Mercier – tra l’altro morto pochissimi giorni fa, a soli 54 anni, per una grave malattia – è divenuta subito anche da noi un successone editoriale, tuttora ai primi posti delle classifiche specializzate. Il libro non sarà, magari, un capolavoro assoluto della letteratura ma si fa leggere con gradevole piacere e, soprattutto, risulta capace di far sorridere e riflettere pur nella sua “leggerezza”. E poi certe dinamiche ecclesiali o taluni gustosi ritratti di figure o scene di vita parrocchiale non sono così lontane dalla realtà vissuta da tanti lettori anche nostrani…

 

Per accompagnare il saluto estivo e l’ “arrivederci” della Rassegna stampa del Patriarcato dopo la pausa – v. righe finali – raccogliamo e rilanciamo qui sotto qualche frammento di questo libro, attingendo però dalle pagine forse più “serie” e che tratteggiano parole e ministero del protagonista don Beniamino, il singolarissimo parroco che, ad un certo punto, “ha dato di matto”…

 

Ecco una catechesi eucaristica del “signor parroco” ai genitori dei bambini della prima comunione:

“So che alcuni tra voi fanno fatica a credere che Gesù è presente realmente nell’ostia… E’ tutt’altro che semplice. Ma, per parlare con franchezza, penso che il modo con cui noi facciamo la comunione ci aiuta a credere o a non credere. Da parte mia, ritengo che si è molto banalizzata l’eucaristia, con il fare la comunione in un modo un po’ troppo sciatto. Si prende l’ostia nelle mani, la si mette in bocca con gli occhi nel vuoto, come un biscotto per l’aperitivo, e si gira sui tacchi per riprendere il proprio posto. Mi pare che non sia per niente corretto. Attenzione, la mia idea non è quella di farvi sentire in colpa, ma di proporre un’altra cosa, che permetterà ad alcuni di capire meglio la presenza reale del Signore nell’ostia consacrata. Vi propongo di disporre le vostre mani come se fossero un trono – come dice san Cirillo di Gerusalemme – e di ricevere il Signore. Poi portatelo alla bocca mentre lo contemplate, con gli occhi fissi su di lui, e le due mani sempre l’una sull’altra. Vi invito a dirgli nel vostro cuore qualche parola d’amore, come per esempio: “Signore Gesù, io ti voglio bene!”, oppure “Signore, salvami!”… O altre parole che lo Spirito santo vi ispirerà in quel momento. Mangerete il Signore mentre lo guardate nell’ostia. Voi l’avrete così ricevuto in maniera amorosa e concentrata, ed è questo ciò che conta. La cosa peggiore, lo vedete, è quella di non fare bene le cose importanti. Soprattutto, non dimenticate quella parola d’amore quando adorate il Signore mentre accostate le mani alla bocca. E’ importante”.

Questo, invece, è l’accorato invito ad accostarsi al sacramento della riconciliazione rivolto ad una parrocchiana (Madeleine, detta Mado), non proprio assidua e non molto fervente, dal luogo in cui il “signor parroco” si era letteralmente murato vivo (in un angolo remoto in fondo al giardino della canonica):

“Non sono qui giudicarla. Se le dispiace davvero per quello che ha fatto di male, basta dirlo e svuotare tutto quello che le pesa nel cuore. Resterà unicamente tra lei e Dio, io faccio solo da tramite. Questo si chiama confessione. Io devo mantenere il segreto più assoluto su tutto quello che mi dirà. Cominci, abbia fiducia in Lui. Sapesse quanto le vuol bene. La sta aspettando da così tanto tempo. Non chiede altro di poterla stringere tra le sue braccia… Signora, stia in pace. Abbia fiducia in Dio. Lui accetta la sua vita così com’è. Dimentichi in Lui tutti questi peccati, metta tutto nelle mani di Gesù, lasci che faccia in lei dei miracoli. Prima di tutto il miracolo della pace ristabilita. Non si agiti più nei sensi di colpa. Pensi di essere sotto anestesia… si lascia anestetizzare da Gesù, vale a dire: smetta di giudicare il suo passato. E’ importante, così che Gesù possa mettere mano alle sue piaghe, possa guarire le sue ferite… Perché le dia la sua pace…”.

E poi un brano dell’intervista che don Beniamino rilascia, “rinchiuso dietro questo muro”, ad una giornalista dell’Eco di Saint-Germain che, ad un certo punto, gli chiede conto di questa sua “fuga”. Il “signor parroco” risponde così:

“… credo di non pregare abbastanza, e questo perché sono venuto meno ai miei appuntamenti di preghiera che ho interrotto… Quando non si fa manutenzione, gli argini si crepano, non reggono quando arrivano tempesta e inondazione. Per questo voglio concentrarmi sul mio ministero di prete, sulla sostanza delle cose. La sostanza delle cose è che il prete si pone tra l’uomo e Dio. Pregare e intercedere per la gente per lui è tanto importante quanto fare mille cose con e per essa. Vorrei essere parroco in un modo diverso: un modo che occorrerà inventare insieme con i parrocchiani. Lo sa, la gente prende il proprio parroco come una specie di uomo tuttofare. Sì, il prete è al servizio dei suoi parrocchiani, ma il rischio è quello di cadere in una forma di attivismo nel quale si dimentica il motivo per cui il prete è lì: per testimoniare il Cristo e la sua presenza in mezzo agli uomini. E’ una missione che nasce da un sacramento. Ora, noi preti ci spossiamo tanto in riunioni che spesso non servono granché; ci viene chiesto di mettere in pratica un’infinità di direttive che vengono dall’alto. Passiamo il nostro tempo sulle strade, a celebrare, a volte, i sacramenti per gente che, in fondo, non vuol cambiar vita, ma solo sentirsi a posto con un Dio magico. Voglio smetterla di esaurirmi nei mille compiti che non rientrano direttamente nell’ambito del sacerdozio. E’ forse un sogno, ma io lo voglio tentare”.

 Infine, nell’epilogo e quindi a vicenda ormai conclusa, il nostro protagonista lancia e lascia queste parole dedicate specialmente ai cristiani laici:

“Bisogna che i laici si riapproprino della loro identità davanti a Dio e davanti agli altri, dal punto di vista teologico. Ciò avviene mediante una presa di coscienza di quello che essi sono in forza del loro battesimo. Ecco la vera rivoluzione di cui la Chiesa ha bisogno, la riforma basilare. La cosa essenziale è che i battezzati riscoprano il potere enorme che Cristo conferisce loro in forza del battesimo. Il battezzato sottovaluta o trascura l’autorità che Cristo gli conferisce per guarire, per proclamare il regno di Dio, per scacciare gli spiriti cattivi, per risuscitare i morti. Ma intendiamoci bene. Per i battezzati non si tratta di fare gli esorcisti o i guaritori onnipotenti, né di sostituirsi a Gesù. Si tratta di lasciare che il Cristo agisca per mezzo di loro, soprattutto tramite la loro debolezza. Questo richiede, nello stesso tempo, una grande umiltà e un vero coraggio: il coraggio della fiducia in Colui che può fare tutto in noi, anche se non sempre lo vediamo, anche se noi non ci sentiamo sempre capaci di questo. Il problema dei cristiani è che non credono abbastanza di avere in sé l’autorità del Padre, conferita loro dal Figlio e dallo Spirito santo. Spesso, anzi, non ci credono affatto. Se fosse così, farebbero più miracoli di quanti pensano”.

 

Subito dopo l’invio dell’edizione odierna (venerdì 27 luglio 2018), la Rassegna stampa quotidiana del Patriarcato di Venezia entra nella pausa estiva. Riprenderà a partire da giovedì 30 agosto 2018.

 

Grazie a ciascuna e a ciascuno di Voi per l’attenzione sempre rivolta a questo servizio e… una buona (e serena) estate a tutti!

 

Alessandro Polet – Ufficio stampa Patriarcato di Venezia